Guida a 0 A.D. gioco di strategia libero e gratuito con ottima grafica e audio: i cartaginesi.

Le prime battaglie navali coinvolgenti il popolo cartaginese, infatti, furono le cosiddette guerre greco-puniche, campagne di assedio per il predominio sul Mediterraneo e in particolare sulla Sicilia, la quale nel corso dei secoli VIII fino al V a.C. era coabitata dalle etnie fenicio-puniche (principalmente a Mozia, Solunto, Palermo), dai Popoli preellenici e dall’etnia greca.

Le campagne di espansione greca verso l’occidente furono spesso motivi di guerra tra le due componenti e in particolare i contrasti tra le città di Selinunte (greca) e Segesta (elima e in quanto tale alleata dei Fenici) erano motivo di accesi conflitti.

Il terreno di battaglia fu spesso la Sicilia, come nella celebre battaglia di Hymaera, ma non mancarono scontri navali.

Cartagine fu una delle più potenti e importanti città del mondo antico, fondata sulla costa settentrionale dell’Africa, nei pressi della moderna Tunisi.

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Spesso Cartagine entrava nello scacchiere fornendo mezzi e uomini a supporto dei Fenici isolani, fino ad essere coinvolta in diversi scontri.

Le civiltà.

In 0 A.D. è possibile giocare con dieci diverse civiltà:
Cartaginesi.
Celti.
Greci.
Indiani Maurya.
Iberi.
Kushites.
Persiani.
Romani.
Seleucidi.
Tolemaici d’Egitto.

Storia.

Inoltre, verso il VI secolo a.C., i Cartaginesi cercarono di impadronirsi della Sardegna. Al tentativo di colonizzazione seguì l’inevitabile reazione armata dei sardo-nuragici che in breve rioccuparono i territori invasi minacciando la distruzione delle città costiere già loro colonie.

Nella Prima guerra sardo-punica (540 a.C.), Cartagine inviò in Sardegna un suo esperto generale, già vittorioso in Sicilia contro i Greci e da questi chiamato Malco; nella Seconda guerra sardo-punica (535 a.C), dopo la vittoriosa battaglia navale del Mare Sardo contro i Greci focesi, i Punici al comando dei due fratelli Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, tentarono una nuova campagna militare per la conquista dell’Isola. Venticinque anni dopo, nel 510 a.C., si combatteva ancora, ed in quell’anno i Punici persero in battaglia il generale Asdrubale.

La distruzioni di Cartagine.

I Cartaginesi inoltre, sotto la guida di Annibale, giunsero a mettere in pericolo il dominio romano con la vittoria a Canne, ma uscirono poi debolissimi dalla seconda guerra punica. Con la sconfitta nella terza guerra punica, la città fu distrutta nel 146 a.C. dai Romani. I Romani distrussero Cartagine perché era una città che non si era arresa a loro dopo le prime sconfitte, ma dopo molte guerre.

Successivamente però la ricostruirono e ne fecero una delle città più importanti dell’Impero romano.

Conquistata dai Vandali nel 439, fu la capitale del loro regno fino al 533, quando fu riconquistata da Belisario con la Guerra vandalica. In seguito alla conquista omayyade del Nord Africa, Cartagine fu distrutta definitivamente nel 698.

Resta ancor oggi una popolare attrazione turistica, che nel 1979 è stata inserita dall’UNESCO tra i Patrimoni dell’umanità.

Le cariche pubbliche.


Presso i Fenici il sacerdozio non fu considerato come un impiego esclusivo.

Talvolta i sacerdoti potevano assumere la dignità reale.

Il governo della città era detenuto dalla potente casta sacerdotale e dai sovrani locali che venivano divinizzati dopo la loro morte.

Selinunte, come tutte le città Cartaginesi, era governata da un re che, tuttavia doveva tenere conto sia del potere sacerdotale, sia del consiglio degli anziani (che rappresentavano gli interessi del ceto commerciale, artigianale) e dei proprietari terrieri.

Detentori del potere supremo erano i “Suffeti” (giudici) scelti tra i patrizi benestanti. Duravano in carica un anno.

I “Suffeti” detenevano il potere giudiziario e una parte di quello esecutivo.

Il Senato, o giunta dei notabili anziani, e l’Assemblea popolare, formata da grandi uomini (Camera alta), si dividevano il potere legislativo e il resto.

Una sorta di democrazia diretta, quella punica, che rispondeva pienamente alle esigenze di una città commerciale.

La vita quotidiana e le usanze della famiglia punica erano estremamente semplici.


La vita quotidiana dei Cartaginesi.


La vita quotidiana e le usanze della famiglia punica erano estremamente semplici.

La monogamia era generalmente praticata.

La poligamia, anche se non esplicitamente proibita, era in realtà limitata dai mezzi economici della spesa.

La famiglia si costituiva attorno al padre.

Secondo un’usanza di origine egizia, i bambini venivano circoncisi al raggiungimento della pubertà.

Il nome era composto da diversi elementi, uno dei quali era il nome proprio di una divinità; gli altri potevano essere aggettivi, verbi o nomi comuni.

Tra gli svaghi erano compresi i bagni termali, la pesca e la caccia.

I Cartaginesi si nutrivano di cereali e di olio d’oliva, erano famosi per la bellezza delle loro vesti, soprattutto quelle di lino o di lana, che essi sapevano tingere con abilità.

L’abito della gente comune consisteva in un gonnellino corto arrotolato intorno ai fianchi e una lunga tunica senza cintura ai fianchi; veniva poi sempre indossato il tipico copricapo fenicio chiamato “lebbede”.

Lo scialle dai colori vivaci o il velo di pizzo, in uno con la ricercata acconciatura dei capelli, adorna di diademi di metallo pregiato, rendevano elegante il capo.

I gioielli costituivano motivo di vanto di ogni Cartaginese.

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Uomini e donne portavano pendenti con amuleti, anelli d’oro, orecchini, vistosi gioielli come collane, catene, bracciali.

Diffuso era l’anello da naso inserito nella cartilagine centrale e nella narice sinistra.

La gente umile faceva uso di collane di pasta vitrea, conchiglie e amuleti d’osso.

Le verdure più apprezzate erano il cavolo, i piselli, il carciofo.

Come i Semiti i Cartaginesi non mangiavano la carne di maiale, in alternativa preferivano la carne di cane.

Con la sconfitta nella terza guerra punica, la città fu distrutta nel 146 a.C. dai Romani.


L’alfabeto.


La più geniale invenzione fenicia rimane l’alfabeto (1500-1000 a.C.), cioè una scrittura fonetica ridotta a una serie di 22 lettere, corrispondenti a suoni consonantici del loro linguaggio.

Le vocali furono aggiunte dai Greci, i quali presero a scrivere da sinistra a destra e non da destra a sinistra come i Fenici, gli Egiziani, gli Ebrei e i Sumeri.

Alfa e Beta, le prime due lettere del sistema di scrittura greco hanno dato il nome all’alfabeto moderno.

Il Tophet e il sacrificio umano.


Il rito del sacrificio umano “MoIk” come offerta sacra è tipico di una mentalità sociale che non ha riscontro in quella greco-romana.

Se per i Fenici, da segni certi, appariva inevitabile che una divinità avesse in mira l’eccidio di una città o dello Stato, non si doveva indugiare ad offrirle vite umane, scaricando così tutto il suo furore, la maledizione e l’ira sul capo di pochi e tenendola lontana dalla comunità.

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Con l’idea che nessun altro sacrificio più di questo rallegrasse e calmasse quella divinità, i Cartaginesi si votarono ai sacrifici umani, e per accrescere il valore del sacrificio, non risparmiarono anche ciò che di più caro e prezioso che possedevano: la vita dei propri figli.

Di conseguenza, nei momenti di necessità, per scongiurare un grave pericolo si ricorreva all’offerta di “primizie” (tra le quali sarebbero stati compresi i figli primogeniti) al dio Baal che assicurava la prosperità ed esaudiva i desideri, e alla dea Tanit che proteggeva la città e garantiva la sua eternità.

Il sacrificio, ai loro dèi, non solo di animali ma anche di vittime umane e soprattutto di bambini, portava alla divinizzazione dei fanciulli sacrificati.

Si stabiliva, in tal modo, un canale diretto di “comunicazione” con le autorità celesti.

In generale valeva per il terribile rituale il principio del “Molchomor”, la sostituzione dei fanciulli con una bestia viva: ma non sempre.

Ogni tanto, in cambio della benevolenza, gli dèi esigevano carne e sangue umano.

Largamente diffusi erano, comunque, i sacrifici di agnelli, uccelli, pecore.

Il medesimo sacrificio “Molk” (dono, offerta) prevedeva casi di sostituzione con vittime animali.

Il quadro della terribile cerimonia del sacrificio umano era reso più tetro dal fatto che, ai parenti delle vittime. era severamente vietato esternare il proprio dolore dinanzi all’altare.

Lacrime e gemiti avrebbero infatti sminuito il valore del rito.

Diodoro Siculo, lo storico di Agira, ricorda il sacrificio di 200 bambini presi dalle più illustri famiglie di Cartagine.

Si era proceduto alla sostituzione dei fanciulli delle migliori famiglie con bambini comprati o adottati da famiglie miserabili; e da qui, per redimersi dell’orrore compiuto, il governo di Cartagine decretò il sacrificio di 200 bambini appartenenti tutti alle famiglie nobili.

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Silvio Italico, nel libro IV della sua epopea uferisce, con ricchezza di particolari il caso del figlio di Annibale.

Il governo di Cartagine decise di sacrificarlo.

La moglie del condottiero, Imilce, spagnola, si oppose all’atroce decisione e ottenne dal Consiglio una sospensione del sacrificio per informare il marito; Annibale rifiuto’ di immolare il figlio e, al suo posto, giurò di sacrificare migliaia di nemici.

G. H. Hertzberga precisa il rituale del sacrificio.


Dal numero rilevante di bambini ad esso destinati al sacrificio, veniva scelta a sorte la vittima che, di norma, veniva segretamente cambiata con quella di altra gente.

Il bambino, posto sulle braccia di un idolo cavo di bronzo, rotolava all’ interno dove ardeva un fuoco.
Gustave Flaubert, nel suo romanzo storico “Salambò” così scrive : “i fanciulli salivano lentamente le scale.

Nessuno di essi si muoveva, perchè erano legati ai polsi e alle caviglie e il velo nero che li avvolgeva impediva loro di vedere e alla folla di riconoscerli”.

James B. Frévier narra : “E’ notte! Alcuni suonatori di flauto e tamburo fanno un frastuono assordante. Il padre e la madre sono presenti. Consegnano il figlio al sacerdote che cammina lungo la fossa del sacrificio, sgozza il bambino in modo misterioso, poi depone la piccola vittima sulle mani protese della statua divina dalla quale essa rotola sul rogo”.

Sabatino Moscati, il noto semitista, avanza la teoria che il sacrificio dei bambini sia una pura fantasia; e sostiene che il “tophet” (area sacra) sia il luogo sacro di sepoltura di bambini nati morti o deceduti subito dopo la nascita, bruciati e quindi sepolti in urne.

La questione del sacrificio rimane aperta comunque, anche se il ritrovamento nei “tophet” di resti di piccoli animali (associati o meno a vittime infantili) fa ritenere credibile il terribile rituale della religione cartaginese.

Per ultimo, un disegno riprodotto sulla “stele obelisco” (un uomo che indossa una veste trasparente e che porta un bambino in braccio), viene raffigurato come una scena di “sacerdote col fanciullo”.
A Selinunte sono state messe in luce tre aree sacre.

La più considerevole è costituita da un complesso formato da dodici ambienti collegati tra loro (due dei quali costituivano la parte centrale), nei quali sono stati trovati sei e tredici vasi, spesso anfore, che contenevano ossa di animali, miste a materiale combusto.

Le anfore sono del tipo a “siluro”, tipicamente puniche; altre sono a corpo globulare con orlo a cordone.

Spesso Cartagine entrava nello scacchiere fornendo mezzi e uomini a supporto dei Fenici isolani, fino ad essere coinvolta in diversi scontri.


L’industria del vetro.


I Fenici erano famosi in tutto il Mediterraneo per la produzione del vetro.

Plinio dice che la scoperta del vetro fu casuale.

Alcuni mercanti. che avevano acceso un fuoco sulla spiaggia, presto si accorsero che. insieme alla cenere. fondeva anche la sabbia, trasformandosi in materiale fluido trasparente.

Nacque così l’idea di fabbricare gli oggetti utilizzando dapprima, un sacchetto di sabbia che si immergeva nella massa di vetro fluido caldo e che poi si modellava, con la mano, su un banco di pietre levigate.

Più tardi, venne inventata la tecnica del “vetro soffiato” attraverso una cannuccia di metallo entro una certa massa di vetro calda, modellandola.

L’industria della porpora.


Il vanto dell’industria cartaginese rimane, tuttavia, l’industria della porpora, attività rivolta alla tintura indelebile delle stoffe di lino o di lana.

La ricchezza dell’abbigliamento dei Punici doveva essere tale da vincere ogni immaginazione.

La veste di porpora del sibarita Alcistene (dalle cui mani usci’ un lavoro di tale squisita bellezza, da meritare di essere ricordato fra le cose meravigliose), era una veste di porpora variamente istoriata e tutta folgorante di pietre preziose.

L’artefice vi aveva dipinto diverse specie di animali che sembravano vivi.

Nella parte superiore era rappresentata la città di Susa e, nell’inferiore, la Persia.

Il peplo era esposto nel tempio di Giunone Lacinia, alla cui festa accorreva, ogni anno, una moltitudine di gente.

La modalità di lavorazione della porpora era la seguente: si raccoglievano i molluschi del genere “trunculus” e “murx brandaris”, dai quali si estraeva la carne del mantello della conchiglia (che racchiude un corpo granuloso di forma bislunga).

Subito dopo, il prodotto veniva spremuto e la poltiglia ottenuta, mescolata col sa1e o semplicemente con acqua marina, veniva lasciata stare al Sole per tre giorni perchè se ne separasse il succo.

Dopo, il succo ottenuto veniva messo a bollire in acqua per 10 giorni in vasi di piombo, sopra un fuoco lento e chiarificato con il mescolo, schiumandolo sino a quando il liquido si fosse ridotto alla metà di quello iniziale.

Infine, si immergevano i panni di lino o di lana che, dopo estratti. si esponevano alla luce intensa del sole.

Solo allora si sviluppavano i colori che, essendo stati prodotti dalla luce, non svanivano mai.

Il costo della tintura di porpora era elevatissimo: cosa ben comprensibile se si pensa che occorrevano circa 12.000 conchiglie per estrarre appena un paio di grammi di colore.

L’alto prezzo, la bellezza del colore con gli attributi magici del rosso (per cui chi di esso si copriva si riteneva investito di poteri quasi soprannaturali) spiegano perchè, nell’antichità, i sovrani, i sacerdoti ed, in genere. tutti i dignitari di ogni Stato, trovassero nelle vesti purpuree uno “status symbol” della loro potenza.

Il vanto dell’industria cartaginese rimane, tuttavia, l’industria della porpora, attività rivolta alla tintura indelebile delle stoffe di lino o di lana.

Specialità alimentari.

Il “cous cous”, la “pula punica” (come la chiama Catone) che ancora si gusta nei ristoranti della zona è una gustosa ricetta culinaria inventata proprio dai Cartaginesi.

Una salsa pregiata punica è il “garo”, il “garum” (dei romani, estratto dagli intestini e dalla coda di diverse specie di pesci (a seconda della qualità), per condire piatti di carne, pesci, agnello e pollo.

Certo i Punici erano ingegnosi a manipolare quelle salse più atte a stuzzicare i palati sazi di ogni cibo.
Petronio fa portare alla cena di Trimalcione un gran piatto avente ai quattro lati quattro statuette che stillavano il “garo” da otrelli.

Plinio (XXX,44) dice che il “garo” si fa da un piccolo pesce, macerato nel sale, stemperato e spremuto.

In seguito si usava prepararlo con lo sgombro, mentre ai giorni nostri si fa con le uova di storione o di tonno.

Seneca chiamo’ “sanie” la salsa di “garo” mentre Marziale la definì “fece”.

La degustazione del vino era generalizzata.

Per provare a lungo la voluttà del bere senza essere portati all’ebbrezza, si soleva, prima di mettere mano alle anfore vinarie, mangiare un poco di cavolo crudo, nella convinzione che tale ortaggio avesse virtù di impedire i pericolosi effetti del vino (Ateneo, II, 26).

I Greci, al contrario, credevano di impedire che i fumi del vino salissero al cervello, cingendosi il capo di corone d’edera o di fiori (Plutarco, op. Disp. Conviv. III, I).

Il “vino passito” fu una loro invenzione.

Magone descrive la ricetta del “passum”, il passito.

Si raccoglievano i primi grappoli maturi, avendo cura di eliminare quelli ammuffiti o guasti, poi si esponevano al sole su una canna, curando di proteggerli dalla rugiada, coprendoli durante le ore della notte.

Quando i grappoli diventavano secchi (uva passa) si staccavano i grani in una giara, ricoprendoli di mosto.

Dopo sei giorni si spremevano e si raccoglieva il liquido. Ultimata questa operazione si pigiava la vinaccia, aggiungendovi del fresco fatto con altra uva fresca tenuta al sole per tre giorni, infine si sigillava il vino in vasi di creta, da aprirsi dopo una fermentazione di 20 o 30 giorni.

I Cartaginesi possiedono la flotta più potente del gioco e la migliore abilità commerciale.

I cartaginesi nel gioco 0.A.D.

I Cartaginesi possiedono la flotta più potente del gioco e la migliore abilità commerciale.

Dispongono inoltre di una doppia fila di mura non disponibile alle altre fazioni.

Le loro migliori unità sono gli elefanti da guerra e il Battaglione sacro.

La maggior parte dell’esercito, comunque, è composto da costosi mercenari. La loro prima apparizione risale dalla versione 7-Geronium.

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