Vaccini COVID: alcuni quesiti su immunità di gregge e calendario delle somministrazioni

Immunità di gregge

In queste settimane, complici le restrizioni da zona rossa e il clima invernale, ho seguito molto il dibattito sui vaccini cercando di informarmi con tutti gli strumenti a mia disposizione. Ciò nonostante continuano a girarmi in testa alcuni quesiti a cui non riesco a dare risposta e che secondo me non vengono affrontati con sufficientemente attenzione. Confido che qualcuno di esperto e qualificato possa aiutarmi a capire, magari anche aggiungendo elementi qui sotto nello spazio commenti.

Problema 1 – L’obiettivo è davvero la famigerata immunità di gregge?

Continuo a sentir dire che dobbiamo vaccinare in fretta la popolazione per arrivare il prima possibile alla cosiddetta “immunità di gregge”: come si legge sul sito FondazioneVeronesi.it per immunità di gregge “si intende quel fenomeno per cui, una volta raggiunto un livello di copertura vaccinale (per una  determinata infezione) considerato sufficiente all’interno della popolazione, si possono considerare al sicuro anche le persone non vaccinate. Il motivo è chiaro. Essere circondati da individui vaccinati e dunque non in grado di trasmettere la malattia è determinante per arrestare la diffusione di una malattia infettiva.” Questa soglia minima di copertura vaccinale per il COVID è calibrata al 70% della popolazione nazionale secondo alcuni, all’80% secondo altri. Questo però crea un conflitto logico con due concetti chiave. Innanzitutto è ben noto che i vaccini attualmente disponibili offrono una protezione (parziale) dalla malattia ma non vi è certezza che possano inibire anche la trasmissione del virus. In altre parole, con le informazioni attualmente disponibili, un vaccinato può stare abbastanza tranquillo di non ammalarsi ma potrebbe comunque essere un vettore asintomatico del virus. Inoltre ci è sempre stato detto che il vero problema di questa epidemia non è tanto il tasso di letalità in sé (che rimane comunque molto basso in termini statistici generali, al pari di altri virus influenzali) quanto la velocità di diffusione che porta facilmente i sistemi sanitari al collasso. In altra parole: il vero problema non è quanto il virus è pericoloso per l’individuo, il vero problema è quanto il virus è pericoloso per la collettività in termini di pressione sui sistemi sanitari (perché se gli ospedali sono pieni di persone con il COVID si rischia di morire anche per un semplice infortunio domestico non correttamente e tempestivamente curato).

Secondo alcuni esperti, tra l’altro, l’immunità di gregge sarebbe comunque un obiettivo utopistico, perché bisognerà considerare anche tutte quelle categorie di persone che al momento non possono ricevere il vaccino (basti pensare ai quasi 9 milioni di under 16 italiani oltre agli immunodepressi e agli allergici). Ancora più utopistico, se non considerato impossibile, è l’obbiettivo di sradicare del tutto il virus, perché come la storia ci insegna ciò è avvenuto solo con il vaiolo. Tutti gli altri virus continuano a circolare (compresi i parenti stretti del SarsCoV2) e semplicemente l’umanità ha imparato a conviverci, a tenerli sotto controllo e a curarne gli effetti.

Ma soprattutto… tutti questi bei calcoli si basano sulla popolazione nazionale. Però sappiamo che non si potranno tenere chiuse le frontiere e tracciare i viaggi delle persone in eterno. Quindi questi calcoli sono destinati a perdere significato non appena la gente tornerà a viaggiare e a importare sul suolo nazionale nuove varianti del virus (come sta già succedendo).

Con questi presupposti, allora la mia domanda diventa: perché continuare a insistere con questa narrazione dell’immunità di gregge? Non sarebbe più onesto dire che sarà già un bel traguardo riuscire a evitare che la gente si ammali troppo di COVID (anzi, più propriamente, evitare che troppa gente si ammali di COVID tutta nello stesso momento)? Qual è il passaggio che mi sto perdendo?

Problema 2 – Un conto vaccinare operatori e degenti; altro conto vaccinare la “popolazione civile”

Alla data di scrittura del presente articolo (31 gennaio 2021) i dati ufficiali del Ministero Salute, riportano un totale di 1.903.334 dosi somministrate, di cui 1.355.688 agli operatori sanitari e 183.050 agli ospiti delle RSA. Significa che l’80% delle somministrazioni fatte finora ha riguardato soggetti più facilmente individuabili, raggiungibili, convincibili (sia per ragioni banalmente logistiche, sia per ragioni psicologiche). Adesso sembra in effetti che il ritmo delle somministrazioni sia buono (ovviamente al netto dei recenti rallentamenti nella consegna delle dosi); quando però arriveranno anche altri vaccini (forse in aprile) dovremo aumentare il ritmo ampiamente. La mia domanda è: siamo sicuri che quando si dovrà passare a vaccinare la “popolazione civile” riusciremo a essere così efficienti? Ci sono liste d’attesa ben organizzate? Come verranno contattate le persone? E con quale preavviso? Ci sono meccanismi che prevedono e risolvono l’evenienza che qualcuno all’ultimo momento non si presenti? A mio avviso c’è troppo ottimismo.

Problema 3: Perché dovrei vaccinarmi contro un virus “clinicamente morto”?

Il titolo di questo paragrafo è ovviamente provocatorio ma pone subito la questione in modo brutale, riportandovi alla memoria la famosa dichiarazione rilasciata da un noto medico e replicata da alcuni suoi colleghi all’inizio della scorsa estate.

Il problema è il seguente: sappiamo con una discreta certezza che con l’arrivo della bella stagione (che in certe parti d’Italia può avvenire anche a fine aprile/inizio maggio) l’epidemia ci darà tregua. Al netto delle nuove varianti e della maggiore diffusione di quest’anno rispetto all’anno scorso, è molto probabile che si replichi una situazione simile a quella che abbiamo visto nel 2020. Con l’arrivo delle giornate di sole e delle maniche corte, il virus continuerà a circolare ma gli ammalati saranno molto pochi, il sistema sanitario non sarà più sotto pressione e le restrizioni (giustamente) verranno parzialmente allentate. E anche se questa volta, dopo la lezione presa quest’autunno, non ci sarà nessuno che dirà frasi come “il virus è clinicamente morto” o “qui non ce n’é COVIDDI”, la gente entrerà in un mood più rilassato (legittimamente, direi). Facendo due conti calendario alla mano, questo momento coinciderà proprio con l’inizio della cosiddetta Fase 3 del piano vaccini, cioè la fase in cui ci sarà disponibilità di maggiori di dosi vaccini e si dovrà aumentare considerevolmente il ritmo nelle somministrazioni per poter arrivare alla gran parte della “popolazione civile”.

Quindi, considerato che la psiche umana ha le sue dinamiche non sempre razionali e che non si può non tenerne conto, la mia domanda è: siamo sicuri che sarà facile portare le persone a vaccinarsi in un momento in cui non si sente la pressione dell’emergenza sanitaria? Quanti invece penseranno che sia meglio attendere l’autunno? Quanti si lasceranno affascinare più di prima dalle stupide teorie novax? Siamo davvero convinti che basteranno dei patetici spot televisivi per convincere la popolazione? Anche su questo aspetto secondo me c’è troppo ottimismo.

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Nota: questo articolo può sembrare l’ennesima opinione non qualificata di uno che non ha particolari titoli per parlare di epidemie e vaccinazioni; vi invito a considerarla più che altro la segnalazione di alcune preoccupazioni da parte di un cittadino informato che segue giorno per giorno l’evolversi della pandemia fin dai primi giorni. Se su questa pagina dovesse passare qualcuno di qualificato e titolato a parlare di questi temi che ha risposte o almeno argomenti illuminanti per le questioni che qui metto in luce, è benvenuto nello spazio commenti che trova sotto il post.

Fonte: http://aliprandi.blogspot.com/2021/01/vaccini-covid-quesiti-immunita-gregge.html

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