Rilasciato Chrome 56: completata la transizione verso HTML5.

By Matteo Gatti

chrome 56

Google ha rilasciato un nuovo aggiornamento per la versione desktop del suo browser, Chrome 56 è già da ora disponibile anche per Linux.

L’update si avvierà automaticamente consultando le impostazioni del proprio browser e porterà la versione di Chrome alla 56, introducendo diverse interessanti novità che vi elencherò in seguito.

Chrome 56

Google ha finalmente completato la transizione del proprio browser verso lo standard HTML5, attivo ora di default per tutti gli utenti (nella versione 55 era attivo solo per alcuni utenti).

Sempre restando in tema di funzionalità estese a tutta l’utenza, citiamo anche l’introduzione su larga scala della nuova etichetta Non Sicuro che sarà possibile trovare nella barra degli indirizzi durante la navigazione su siti HTTP non protetti. Anche in questo caso si tratta di una funzione già presente in passato; il suo scopo è quello di incoraggiare l’adozione del protocollo HTTPS.

Gli utenti macOS, in particolare, saranno poi felici di sapere che ora Chrome supporta la riproduzione di file audio in formato FLAC, supporto introdotto anche nell’ultima versione di Mozilla Firefox di cui vi abbiamo parlato di recente. Tra le altre novità troviamo il supporto alla Web Bluetooth API, un’API particolarmente interessante che consentirà alle web app di sfruttare la connettività Bluetooth LE presente su Mac, Android e Chromebook (gli ultimi due OS riceveranno l’aggiornamento a breve) per comunicare con accessori collegati.

Per maggiori informazioni su Chrome 56 vi rimando al sito ufficiale.

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Vi ricordiamo che seguirci è molto semplice: tramite la pagina Facebook ufficiale, tramite il nostro canale notizie Telegram e la nostra pagina Google Plus.

Qui potrete trovare le varie notizie da noi riportate sul blog. È possibile, inoltre, commentare, condividere e creare spunti di discussione inerenti l’argomento.

L’articolo Rilasciato Chrome 56: completata la transizione verso HTML5. sembra essere il primo su Lffl.org.

File System Linux: quali sono e come funzionano

By Jessica Lambiase

In una nostra precedente guida vi abbiamo parlato di come è organizzato, gerarchicamente, il file system di Linux.

Vi abbiamo spiegato l’intera struttura delle directory, il perché alcune cartelle hanno nomi particolari ed il rispettivo utilizzo che, in alcuni casi, è stato modificato nel tempo.

In questa guida ai file system Linux, invece, mostreremo quelli che sono i più conosciuti ed usati filesystem analizzandone aspetti come le origini, i punti di forza, le debolezze ed i miglioramenti progressivi.

Guida ai filesystem Linux

Nelle ultime due sezioni potrete trovare, rispettivamente, una tabella compatta che riassume le caratteristiche di ognuno ed i casi migliori in cui ciascun filesystem trova utilizzo.

NB: da questa guida abbiamo volutamente escluso i filesystem distribuiti ed il filesystem ReiserFS, ad oggi praticamente abbandonato.

Indice

Guida ai filesystem Linux

Ext2

Si tratta del filesystem Linux per antonomasia che ad oggi ha la veneranda età di 23 anni e viene ancora utilizzato in alcuni casi.

Creato nel lontano 1993 da Rémy Card, fu sviluppato per porre rimedio ai limiti del filesystem originale (sviluppato dallo stesso Card appositamente per Linux, come evoluzione a sua volta di Minix). Si instaurò ufficialmente come sostituto di ext dopo aver vinto un’accesa battaglia contro il “rivale” xiafs.

A seconda della dimensione del blocco di scrittura, su un filesystem ext2 è possibile scrivere file grandi fino a 2 TB; lo stesso filesystem può avere dimensione massima di 32 TB ed ospitare sino a 31998 directory – in totale sono 32000 se si calcolano anche la directory corrente (dot) e la directory radice (dot dot).

Ext2 non dispone di un meccanismo per la prevenzione degli errori di scrittura – che tra poco scopriremo avere il nome di journaling.

Ext3

Ext3 nasce circa 8 anni dopo ext2 dall’ingegno di Stephen Tweedie e viene introdotto nei sistemi operativi GNU/Linux-based a partire dal kernel 2.4.15. Un filesystem in Ext2 può essere convertito in Ext3 senza perdita di dati (a meno di errori non previsti).

Le caratteristiche restano piuttosto simili a quelle di Ext2: scrittura di file grandi fino a 2 TB ciascuno e filesystem di dimensione fino a 32 TB su cui vengono ospitate fino a 31998 directory.

Ext3 migliora il suo predecessore in termini di allocazione dei blocchi, evitando così il rischio di problemi dovuti a movimenti multipli dei dischi meccanici alla ricerca del blocco perduto”.

La grande novità rispetto al suo predecessore è rappresentata dal nuovo meccanismo di prevenzione degli errori di scrittura dei dati detto journaling: in parole povere, una parte del disco viene riservata alla scrittura continua delle modifiche su ciascun file, così da mantenere la consistenza del filesystem anche in caso di errori di scrittura accidentali (ad esempio un’interruzione di corrente).

Per la precisione, Ext3 prevede tre tipi di journaling:

  • Ordered (modalità predefinita): salva nell’area di journaling soltanto i metadati, che vengono aggiornati dopo la scrittura del contenuto su disco. Rappresenta un buon compromesso tra sicurezza e prestazioni.
  • Journal: salva nell’area di journaling sia i metadati dei file modificati che l’effettivo contenuto; è l’impostazione migliore per la sicurezza.
  • Writeback: salva nell’area di journaling soltanto i metadati, aggiornati (a seconda del sistema) prima o dopo la scrittura effettiva del contenuto su disco. E’ il migliore in termini di prestazioni.

Ext4

Ext4 viene alla luce nell’ormai lontano 2008, sviluppato da Andrew Morton, Alex Tomas e diversi altri esperti del settore, e viene introdotto nei sistemi GNU/Linux-based a partire dal kernel 2.6.19.

Un filesystem in Ext3 può essere convertito in Ext4 senza perdita di dati (a meno di errori non previsti).

Rispetto al suo predecessore, e visto l’enorme ricambio tecnologico a cui si è assistito tra il 2001 ed il 2008, esso elimina per la maggiore i limiti di spazio di Ext3, portando la dimensione massima di un singolo file a 16 TB, la dimensione massima di un filesystem a ben 1 EB (= 1 exabyte, ovvero 1024 petabyte, cioè poco più di 1 milione di terabyte) ed eliminando totalmente il limite al numero di directory presenti sul filesystem.

Anche Ext4 supporta il journaling in tutte le modalità sovracitate, journaling che può tuttavia essere disattivato su richiesta (in tal caso il filesystem sarà riazzerato).

La grossa novità rispetto ad Ext3, questa volta, è in termini prestazionali: vengono infatti introdotte funzionalità come la pre-allocazione dei file (su richiesta, lo spazio viene allocato “prima ancora” della creazione di un file per assicurare la contiguità fisica dei blocchi occupati), l’allocazione multiblocco (ovvero l’allocazione di più gruppi di blocchi contemporaneamente) e l’allocazione sfalsata (delayed allocation, i blocchi vengono allocati soltanto quando vengono scritti su disco, per una riduzione della frammentazione).

Inoltre sono stati introdotti i checksum sui dati nell’area di journaling (per un controllo migliore sull’integrità), la possibilità di “saltare” l’analisi dei blocchi allocati durante il controllo del disco (velocizzando l’intera procedura), il miglioramento dei timestamp che vengono ora calcolati nell’ordine dei nanosecondi e tanto altro.

BTRFS

BTRFS nasce nel 2008, poco dopo ext4 (con un primo rilascio pubblico nell’anno successivo) per sopperire alle mancanze del precedente filesystem in configurazioni server fortemente incentrate sullo storaging, in particolare nella gestione di array (RAID) e per sistemi con scalabilità indispensabile in termini di archiviazione (ad esempio un server cloud).

Ad oggi BTRFS è ancora in fase di sviluppo e viene dichiarato non stabile, sebbene sia un filesystem dalle grosse potenzialità già così com’è.

E’ un filesystem a 64 bit con grandezza limite di 16 EB (su sistemi operativi a 32 bit il limite scende ad 8 EB), in grado di ospitare file grandi fino a 16 EB – salvo limitazioni del sistema.

Esattamente come ci si aspetta, BTRFS è un filesystem copy-on-write: per una sorta di risparmio in termini di operazioni di I/O, i file aperti da più processi contemporaneamente vengono copiati in punti diversi del disco (per assicurare la consistenza) soltanto se effettivamente modificati e non se aperti in lettura.

Proprio grazie al copy-on-write BTRFS può usufruire di alcune funzionalità avanzate irrinunciabili per una buona gestione di array multi-disco configurati in RAID: load balancing (carico delle risorse) integrato, funzionalità di auto-riparazione in molteplici scenari, aggiunta e rimozione di device di caching a filesystem montato, funzionalità di aumento e diminuzione delle dimensioni a filesystem montato, controllo del filesystem (da non montato), oltre che conversione in-place da ext3/ext4 con la possibilità di mantenere la formattazione originale.

BTRFS è pienamente compatibile le operazioni di clonazione dei file e la creazione di snapshot in sola lettura; permette il disaster-recovery dei file tramite un tool integrato (btrfs-restore), in caso di filesystem illegibile.

Per quanto riguarda il journaling, anche il suo funzionamento è stato pensato per rispondere egregiamente a configurazioni server: l’area di journaling può essere sia estesa su più dischi che clonata in caso di array.

E’ inoltre grazie al journaling intelligente che le funzionalità di riparazione automatica sono efficienti: per impostazione predefinita, infatti, i dati “journaled” vengono scritti su disco ogni 30 secondi scongiurando inconsistenze e perdite di dati accidentali.

BTRFS è estremamente stabile (sebbene incompleto) ed adatto a chi pretende consistenza dei dati; fa davvero la differenza in caso di gestione di interi array e/o rack di dischi altrimenti, in termini di prestazioni, si avvicina molto ad ext4.

F2FS

F2FS è il filesystem più giovane della nostra analisi: creato da Samsung e rilasciato per la prima volta nel 2013, è pensato appositamente per la gestione delle memorie NAND presenti sui dispositivi di nuova generazione.

Implementato soltanto parzialmente, F2FS supporta funzionalità minimali ma estremamente utile: la deframmentazione al volo (integrata nei meccanismi di allocazione), modalità di recupero dati sia rollback che rollforward (grazie al journaling) ed operazioni di verifica del filesystem, quando esso è smontato, senza possibilità di correzione.

Nella lista delle cose da fare stilate da Samsung compare innanzitutto la possibilità di correggere la consistenza del filesystem, le operazioni atomiche (ovvero più operazioni che devono essere svolte senza interruzione), i driver per Windows ed il ridimensionamento.

Come ci si aspetta F2FS supporta il comando TRIM ed agisce sul filesystem con due algoritmi differenti: uno greedy – ovvero con una strategia di eliminazione decisa in base alle necessità del momento – per la gestione delle “emergenze”, ed uno invece ottimizzato in termini di prestazioni per gestire le pulizie programmate.

F2FS supporta il journaling tramite checkpoint, ovvero previa analisi dei metadati presenti nell’area dedicata a intervalli di tempo ben definiti: in fase di montaggio, F2FS tenta di ripristinare l’ultimo checkpoint valido, il che potenzialmente lo rende più “esposto” alle inconsistenze generate da errori accidentali.

Raggiunge le prestazioni massime su dispositivi a stato solido, con i quali si comporta egregiamente. Risulta quasi del tutto inutile, invece, su dispositivi meccanici.

JFS

Il piccolo JFS nasce per la prima volta nel 1990 da IBM, tuttavia la versione dedicata a Linux è in realtà JFS2 – nata nel 1999, a cui praticamente tutti si riferiscono come JFS.

Questo filesystem sembra essere pensato proprio ai piccoli server costruiti con macchine legacy e, nonostante la sua veneranda età, svolge egregiamente il suo lavoro: è in grado di offrire buone prestazioni anche su hardware abbastanza limitato, grazie ad alcuni compromessi raggiunti in fase di sviluppo.

All’atto della creazione del filesystem, il disco viene diviso in gruppi di allocazione in cui vengono raggruppati i file collegati “per logica”, mentre i dati non catalogati vengono sparsi per il filesystem per migliorare la frammentazione.

Il punto di forza di JFS è proprio questo: un gruppo di allocazione può avere aperto soltanto un file in scrittura per volta, dopodiché viene bloccato, e questo è l’unico file “autorizzato” a crescere di dimensioni.

Questo tipo di approccio rende JFS utile nel caso di piccoli server domestici creati dalle “ceneri” di macchine cadute in disuso, in particolare per tutti quegli applicativi che hanno bisogno di scritture su disco sincrone per evitare errori.

E’ bene sottolineare che in caso di server con archiviazione, un buon approccio è accostare JFS ad altri filesystem poiché, a causa della bizzarra implementazione del journaling non prioritaria, i metadati potrebbero essere “tradotti” in contenuto a tempi variabili – con la possibilità di vedersi rimandata la scrittura a spazi temporali indefiniti ed a generare inconsistenze irreparabili in caso di fault hardware.

XFS

XFS nasce originariamente nel 1993 da Silicon Graphics, tuttavia viene integrato nel kernel Linux soltanto nel 2001 ed è ad oggi utilizzato come filesystem di default in diverse distribuzioni. XFS è un filesystem a 64 bit ed ha dimensione massima di 8 EB. Tuttavia, per i sistemi operativi a 64 bit, il limite scende drasticamente a 16 TB.

E’ praticamente il filesystem più complesso della nostra analisi.

Anche XFS è un filesystem pensato prevalentemente per l’uso server, ma questa volta la scalabilità – differentemente da quanto succede con BTRFS – è intesa in termini di risorse di elaborazione: grazie alla suddivisione in gruppi di allocazione, ciascuno dei quali gestisce una certa quantità di inode occupati e di spazio libero, i processi a thread multipli sono in grado di effettuare operazioni simultanee, una per ogni gruppo di allocazione.

Ciò lo rende ideale su configurazioni che debbono sostenere applicazioni server onerose o intere “colonie” di macchine virtuali, oltre che su computer pensati per eseguire programmi esosi in termini di letture e scritture su disco.

La gestione delle inconsistenze sul filesystem grazie al journaling ed alle write barriers è qualitativamente alla pari (sebbene strutturalmente differente) rispetto a quella di BTRFS, anche se pecca leggermente in termini di performance quando si parla di RAID o della presenza di file di grandi dimensioni (ecco perché XFS è inadatto all’utilizzo su server di storaging).

Le write barriers sono delle precise direttive di scrittura della cache su disco a lassi di tempo predefiniti considerati ottimali per una buona prevenzione delle inconsistenze, tuttavia ciò può essere fastidioso per alcuni dischi collegati in RAID. La funzionalità di write barriers è attiva di default (ma disattivabile in fase di creazione del filesystem).

Altre peculiarità di XFS incentrate sulle prestazioni sono l’allocazione sfalsata per la riduzione della frammentazione, gli spazi di indirizzi a 64 bit per la localizzazione rapida di file “con buchi”, l’I/O diretto ed il pre-calcolo della banda richiesta per determinati scopi, funzionalità ottima per le applicazioni real-time ma che richiede hardware specifico.

XFS non dispone di funzionalità di snapshot non-bloccanti, è possibile ridimensionare il filesystem soltanto in aumento ma non diminuirne le dimensioni senza perdita di dati, il che lo rende estremamente inadatto per l’utilizzo su dischi virtuali.

Tabelle riassuntive

Per semplificare ancor di più il discorso abbiamo creato delle tabelle riassuntive che racchiudono le principali caratteristiche di ogni filesystem.

Le due tabelle mettono rispettivamente a confronto i filesystem ext2, ext3 ed ext4 ed i filesystem ext4, BTRFS, F2FS, JFS ed XFS.

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Tirando le somme…

Tralasciando ext2 ed ext3, ormai non più utilizzati, è possibile trovare per quasi tutti i filesystem elencati un’applicazione pratica. Quindi:

  • ext4 è un filesystem dalle medie pretese, con funzionalità implementate al 100% e general purpose, ideale per PC casalinghi con utilizzo medio;
  • BTRFS è il filesystem ideale per server di storaging (casalinghi o aziendali) grazie alle funzionalità avanzate di pooling, snapping, spanning e journaling, che assicurano prima di tutto la consistenza dei dati.
  • F2FS è il filesystem che potrebbe trovare, in un futuro abbastanza vicino, campo abbastanza fertile su smartphone, tablet e smartwatch. E’ particolarmente indicato per l’utilizzo su memorie NAND anche su microboard, tenendo però presente che si tratta di un filesystem incompleto e non in grado di garantire consistenza in caso di eventi non previsti (come l’interruzione di corrente);
  • JFS è un filesystem particolarmente adatto a macchine dalle modeste capacità, senza particolari configurazioni a dischi multipli e con un gran bisogno di stabilità. E’ ottimale per piccoli server domestici che ospitano un webserver o un database.
  • XFS è un filesystem indicato per sistemi multipurpose, scalabili in termini hardware e che hanno bisogno sia di rapidità di accesso ai dati che di effettuare operazioni di I/O con programmi a thread multipli. In parole povere, XFS è il filesystem ideale per grossi server operativi (e non di archiviazione) o per configurazioni Linux da gaming. Impeccabile la gestione delle inconsistenze, anche se in alcuni casi può rivelarsi aberrante in termini di prestazioni.

L’articolo File System Linux: quali sono e come funzionano appare per la prima volta su ChimeraRevo – Il miglior volto della tecnologia.

Come unire due partizioni

By Jessica Lambiase

Per qualche motivo dobbiamo unire due partizioni dello stesso disco per recuperare un po’ di spazio e, perché no, per fare un po’ d’ordine? Abbiamo una partizione ormai completamente vuota e vogliamo riassegnarne lo spazio?

Bene, su Windows possiamo unire due partizioni – ovviamente dello stesso disco – in modo abbastanza semplice.

Prima di continuare va fatta una precisazione: due partizioni contigue sono due partizioni che, nello “schema logico” del partizionamento del disco, si trovano una di fianco all’altra. Al contrario, due partizioni non contigue si trovano in punti staccati del disco.

In questa guida impareremo ad unire due partizioni sia contigue che non; va detto che è possibile conservare i dati presenti sulla partizione da eliminare soltanto nel primo caso.

Per unire due partizioni contigue abbiamo scelto la soluzione di EaseUS poiché è la più semplice da usare e permette di farlo senza perdere dati. Per altro si tratta di una soluzione che abbiamo già avuto modo di conoscere ed apprezzare, come potrete leggere dalla nostra recensione.

Per unire due partizioni non contigue, invece, andremo ad usare l’utility Gestione Disco di Windows.

Indice

Come unire due partizioni

Partizioni contigue (senza perdere dati)

Scarichiamo innanzitutto EaseUS Partition Master in versione gratuita usando il link in basso…

DOWNLOAD | EaseUS Partition Master Free

…e, una volta scaricato, installiamolo. Se non vogliamo che informazioni sull’uso del programma vengano inviate agli sviluppatori, togliamo il segno di spunta da “Partecipa al miglioramento programma attraverso esperienze clienti”.

Inoltre, al momento della scrittura dell’articolo, il programma propone anche l’installazione di EaseUS Todo Backup Free: ci basterà semplicemente deselezionare la spunta per non installarlo.

Andiamo avanti (anche senza inserire dati quando richiesto) ed attendiamo il completamento della procedura.

Nel nostro esempio andremo a distruggere la partizione G: unendola alla partizione D:, immediatamente contigua – ovvero situata immediatamente alla sua destra o alla sua sinistra nella struttura logica del disco.

Apriamo ora il programma appena installato e clicchiamo su Avvia la gestione delle partizioni. Adesso dobbiamo fare click destro sulla partizione “secondaria” da unire a quella primaria e selezionare Unisci Partizione.

Nella finestra successiva mettiamo il segno di spunta anche sulla partizione a cui andremo ad unire il tutto (nel nostro caso D:). Inoltre, siccome vogliamo “accorpare” G in D, selezioniamo proprio quest’ultima partizione nella tendina Unisci le partizioni selezionate in:.

unire due partizioni

A questo punto clicchiamo su OK, aspettiamo l’analisi del filesystem (potrebbe impiegare qualche secondo) e diamo un’occhiata alla struttura logica del disco dopo l’operazione selezionata.

Se il risultato è quello che volevamo ottenere allora clicchiamo sul pulsante Applica operazioni in sospeso o su Generale > Applica operazioni in sospeso.

A questo punto il programma inizierà a lavorare per unire le nostre due partizioni. Potrebbe però succedere che una delle due sia in uso dal sistema, dunque il programma potrebbe richiedere un riavvio per completare le operazioni in un ambiente separato – che, in gergo, viene detto WinPE.

Riavviamo senza paura, attendiamo il completamento delle operazioni e aspettiamo che EaseUS Partition Master riavii automaticamente la macchina al termine.

Poiché abbiamo unito due partizioni contigue, come avevamo già anticipato i dati presenti su G: non sono andati persi: il programma si è occupato di spostarli in una cartella creata nella partizione in cui abbiamo accorpato G:, ovvero D:.

Partizioni non contigue (con perdita di dati)

In questo caso la situazione non è così semplice: se vogliamo unire due partizioni non contigue dobbiamo prima distruggerne una e poi riassegnare il suo spazio libero, con conseguente perdita di dati della partizione che andremo ad eliminare. Questo può essere fatto dall’utility di Gestione Disco di Windows.

NOTA: assegnare lo spazio libero su partizioni non contigue, in Windows, impone che l’intero volume in cui ingloberemo le nostre partizioni diventi un volume dinamico – ovvero un disco logico con partizioni unite in RAID 0. Ciò significa che i sistemi operativi installati in questo volume non potranno più essere avviati. L’operazione è irreversibile a meno di non formattare in secondo momento l’intero volume risultante.

Per procedere, apriamo Gestione Disco di Windows premendo la combinazione di tasti WIN+R e digitando all’interno il comando

diskmgmt.msc

seguita da Invio. Prendiamo ad esempio la situazione descritta nell’immagine in basso: il nostro obiettivo è eliminare la partizione H: e poi riassegnare il suo spazio a D:.

Clicchiamo dunque destro sulla partizione H e selezioniamo Elimina Volume.

Con la consapevolezza che tutti i dati in H: saranno eliminati, confermiamo il messaggio di avviso di Windows.

Ora clicchiamo destro sulla partizione D:, a cui vorremo unire lo spazio ora non allocato, e selezioniamo Estendi Volume.

Seguiamo le istruzioni di Windows ed assicuriamoci che lo spazio non allocato (nel nostro caso Disco 1) sia presente nel box Selezionati. Eventualmente possiamo aggiungerlo tramite l’apposito tasto.

Andiamo ora avanti: a questo punto Windows ci avvertirà che stiamo per trasformare il nostro disco in un disco dinamico e che, da esso, non potremo più avviare sistemi operativi. Se siamo convinti della nostra scelta confermiamo la volontà di procedere.

Ecco la situazione dopo aver completato l’operazione di “riunione”:

Anche se il gestore disco “spacca” D: in due partizioni, il sistema operativo le considererà l’intero disco come un singolo disco dinamico.

NOTA: non proviamo ad eliminare la parte “aggiunta” (ovvero quella all’estrema destra, nell’immagine) alla nostra partizione D:, altrimenti Windows eliminerà l’intero contenuto di D:.

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Usare controller PS4 e PS3 su PC

By Frank Cirigliano

Vi è mai capitato di voler giocare a un videogioco su PC ma non avevate un controller? Ed essendo abituati a giocare alle console vi veniva veramente difficile utilizzare la tastiera. A quel punto vi siete chiesti “Posso usare il controller della mia Ps4/Ps3 su Pc?”. Eccovi la risposta, si può! Ed oggi con questa guida andremo proprio a vedere come si fa.

Controller PS4 su PC tramite USB

Innanzitutto se non sapete dove acquistarlo, sappiate che su Amazon ci sono ottime offerte (guardate qui). Adesso che avete il controller, per farlo riconoscere al PC avete bisogno di un piccolo software chiamato “DS4 Tool” che potete scaricare direttamente dal sito dello sviluppatore l’ultima versione.

Download | DS4 Tool

Naturalmente una volta completato il download estraetelo in modo da trovarvi queste due icone sul desktop. Prima di aprire il programma ricordiamoci di collegare il nostro controller della PS4.

Cominciamo con andare ad aprire il file “DS4Windows.exe”. Nella finestra che si aprirà dovrete recarvi su il tab “Settings”.

Dopo esservi recati sul tab “Settings” dobbiamo andare cliccare su “Controller/Driver Setup”. Se non riuscite a trovarlo, semplicemente provate ad allargare la finestra.

Ora non vi resta che cliccare su “Step 1: Install the DS4 Driver” e aspettate che termini l’installazione e riavviate il computer.

Dopo il riavvio apriamo il programma e ricolleghiamo il controller. E per verificare il corretto funzionamento andiamo sul tab “Controllers”. Se tutto è andato bene vi apparirà una schermata simile a questa.

Controller PS4 su PC tramite Bluetooth

Per collegare invece il vostro controller tramite Bluetooth dobbiamo seguire sempre la stessa procedura elencata sopra, solo che prima di riavviare il computer dobbiamo cliccare su “Bluetooth Settings”.

Per eseguire questa procedura naturalmente il vostro computer deve essere dotato di Bluetooth.

Ora premete contemporaneamente i tasti “Share” e il tasto “PS”, ovvero quello con il simbolo della Play Station, e teneteli premuti fin quando il LED non comincerà a lampeggiare. Questo permetterà al controller di essere visibile al PC. A questo punto il computer dovrebbe rilevare il controller, dunque clicchiamo su associa e il controller verrà riconosciuto.

Inoltre vi consiglio di andare sempre nel tab “Settings” e modificare il campo “Flash Lightbar at High Latency” da 10 in 100.

Controller PS3 su pc tramite USB

Anche questa procedura richiede l’utilizzo di un tool che si chiama “DS3 Tool”, scaricabile da questo indirizzo. Completato il download estraetelo in modo da avere le seguenti icone:

Colleghiamo il controller della PS3 e andiamo ad aprire il programma: adesso bisogna selezionare il tab “Gestione Driver”. Prima di procedere all’installazione dei driver dobbiamo andare a modificare la data del computer con questa “22/06/2014”, se non fate questo passaggio il programma andrà in errore e non installerà i driver.

Ora possiamo procedere con l’installazione.

Dopo aver cliccato sul tab “Gestione driver” andiamo a cliccare su “installa tutti” e aspettiamo fin quando non uscirà una spunta verde sul primo dispositivo dell’elenco. Dopo ritorniamo sul tab “Profili” e mettiamo la spunta su “Xbox 360”: questo sarà il controller che emulerà. Clicchiamo infine su “Applica” e abbiamo terminato.

Buon divertimento!

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Cinque sistemi operativi da provare.

By noreply@blogger.com (Ubuntu Software Libero)

La VirtualBox

Ecco i 5 sistemi operativi che possiamo provare.

 

I sistemi che proveremo oggi sono sistemi noti su Linux, per di più useremo una macchina virtuale per eseguirli e quindi useremo Virtualbox.

Ecco a voi i cinque sistemi che useremo:

1) Linux Mint: Attualmente fino alla versione 18, Linux Mint ha diverse versioni disponibili. Se non lo avete già provato, l’installazione su una macchina virtuale è una buona idea, il desktop di default non richiede l’accelerazione 3D.

2) Lubuntu: Questa versione leggera di Ubuntu è disponibile da diversi anni e il fatto che occupa poco spazio la rende ideale per l’esecuzione su una macchina virtuale. Potete provare anche LXLE, Lubuntu Extra Life Extension, che è anche più leggero di Lubuntu.

3) Slackware: Mai sentito parlare di Slackware? Non importa. Rappresenta la più vecchia distribuzione e funziona senza problemi con tutte le applicazioni delle macchine virtuali.

Ideale per gli utenti avanzati di Linux – è molto vicino a UNIX – Slackware è sicuramente a un passo in avanti dai sistemi operativi standard di Linux.

Ciò significa che una macchina virtuale è l’ambiente ideale per provare Slackware, e la sua semplice installazione avviene da riga di comando.

4) Fedora: Un popolare sistema operativo Linux, Fedora è una distribuzione con un focus su software open source. Curiosamente, ha una reputazione di essere difficile da usare, ma non è proprio così.

5) Ubuntu Server: Finora, abbiamo esaminato applicazioni desktop, ma se il vostro interesse per questo tipo di distribuzione è basato su server, allora potreste considerare Ubuntu Server.

In aggiunta aggiungerei anche:

6) Deepin: E’ una distribuzione Linux cinese per personal computer basata su Debian (unstable). deepin è stato sviluppato prevalentemente da Wuhan Deepin Technology Co., Ltd. ed utilizza, per impostazione predefinita, l’ambiente desktop Deepin Desktop Environment (DDE) 3.0, che è stato sviluppato usando la libreria multipiattaforma Qt; Nel sistema sono inclusi altri applicativi tra cui Deepin Music Player, Deepin Movie, Deepin Store, l’emulatore CrossOver, la suite per l’ufficio proprietaria WPS Office e la piattaforma di videogiochi proprietaria Steam della Valve Corporation.

7) OpenSUSE: E’ un sistema operativo GNU/Linux sviluppato dalla comunità del Progetto openSUSE e sponsorizzato da Novell.

Novell, dopo l’acquisizione di SUSE Linux nel gennaio 2004, decise di coinvolgere la comunità nel processo di sviluppo. La versione di 10.0 di SUSE Linux, rilasciata il 6 ottobre 2005, è stata la prima a beneficiare del contributo del progetto openSUSE.

Bene ragazzi sta a voi quale preferite e quale consigliate, cosi che l’utente possa iniziare a provare una di queste Distribuzioni.
 

Come bloccare bacheca e contenuti su Facebook

By Jessica Lambiase

Facebook e Privacy, nella stessa frase, non stanno affatto bene: prima di iscriverci ad un social network e pubblicare contenuti, dobbiamo essere perfettamente consapevoli che in qualche modo la nostra privacy viene lesa e che qualsiasi cosa pubblichiamo potrebbe finire “usata” in modi che non ci aspettiamo.

Detto ciò, se abbiamo deciso di correre il rischio – e chi non lo ha fatto, in tutta sincerità? – ed abbiamo un profilo su Facebook, possiamo nonostante tutto usare gli strumenti che il social network ci mette a disposizione per tutelare, ovviamente per quanto possibile, la riservatezza delle nostre informazioni.

Dopo aver spiegato in passato come impostare il nostro profilo in modo che le informazioni e i contenuti fossero visibili soltanto ai nostri amici, oggi andremo un passettino più avanti e cercheremo di imparare come bloccare bacheca e contenuti su Facebook non ad una precisa categoria (ad esempio gli “amici”), ma di decidere nel dettaglio chi potrà e chi non potrà vedere – e questo contatto per contatto – ciò che pubblichiamo o pubblicheremo.

Vediamo come!

Indice

Bloccare bacheca e contenuti su Facebook

Bloccare post singoli

Se vogliamo bloccare soltanto un particolare contenuto che andremo a pubblicare sulla bacheca possiamo farlo in modo estremamente semplice, direttamente dallo strumento “Pubblica”. Sicuramente ci impiegherà un po’ più di tempo per pubblicare un contenuto, ma avremo il pieno controllo di chi può vedere i nostri contenuti, anche scegliendo contatto per contatto.

Per bloccare un post singolo, iniziamo a scrivere e preparare il post senza però pubblicarlo; clicchiamo poi sul menu a tendina con la dicitura “Amici” o “Pubblico” – o sul pulsante “Amici” immediatamente sotto il nostro nome se stiamo usando l’app mobile.


Ora possiamo di fatto bloccare ciò che andremo a pubblicare: possiamo condividere il nostro post soltanto con gli amici, di renderlo visibili soltanto a noi oppure di condividerlo con una precisa lista.

bloccare bacheca

Cliccando invece su Personalizzata, Facebook ci permette di scegliere chi potrà vedere o non vedere il nostro contenuto selezionando singolarmente uno o più contatti o una o più liste.

Bloccare post futuri e passati

Agendo sulle impostazioni per la privacy possiamo ottenere un controllo più “globale” sulla nostra bacheca; al di là di bloccare singolarmente ogni post possiamo, infatti, impostare delle regole di blocco generale sui post futuri e restringere interamente il pubblico dei post passati.

Se siamo da PC, per bloccare bacheca e contenuti su Facebook clicchiamo sul menu di Facebook (in alto a destra) e, da lì, selezioniamo Impostazioni.

Se invece stiamo usando l’app dello smartphone, facciamo tap sul tasto menu (in alto a destra) e selezioniamo Impostazioni Account.

Da questo momento in poi il procedimento è piuttosto simile, con la sola differenza che da computer dovremo far click su “Modifica” in corrispondenza delle varie voci, mentre dall’app ci basterà fare tap su ciascuna di esse.

Il fulcro del nostro obiettivo, ovvero di bloccare la bacheca ed i contenuti su Facebook, sta tutto nel menu Privacy (a sinistra su PC, menu dedicato nell’app).

In particolare, per bloccare la nostra bacheca dovremo agire sulla sezione Chi può vedere le mie cose.

Quella che vediamo in alto è un’immagine che blocca la nostra bacheca ed i nostri contenuti esclusivamente agli amici. Va comunque detto che in alcune delle sezioni che vedremo in seguito possiamo anche impostare il blocco in base a delle precise liste, se ne abbiamo.

Capiamo ora il significato delle tre opzioni principali:

Chi può vedere i tuoi post futuri? – Modificando questa voce, faremo in modo che i post che pubblicheremo saranno visibili soltanto a chi avremo scelto per impostazione predefinita, senza dover ogni volta intervenire manualmente sullo strumento di pubblicazione come visto nella sezione precedente.

Controlla tutti i post in cui sei taggato – Cliccando su “Usa il registro attività” potremo visualizzare, nel registro stesso, i tag ricevuti ed eventualmente eliminarli, così da bloccare i contenuti in cui siamo taggati.

Vuoi limitare il pubblico dei post… – Cliccando su “Limita i post passati” qualsiasi post condiviso in passato (aggiornamenti, foto, video e via dicendo) verrà impostato con privacy Amici. L’operazione è irreversibile. Se vorremo bloccare i nostri contenuti a liste di amici, tuttavia, dovremo agire manualmente.

Chi può inviarmi richieste di amicizia? – Cliccando su “Modifica” potremo fare in modo di ricevere richieste di amicizia solo dagli amici degli amici e non da tutti.

Chi può cercarmi? – Con questa impostazione potremo far sì che soltanto i già amici possano cercarci col nostro indirizzo email o con il numero di telefono di Facebook, oltre che far sì che il profilo non appaia nei motori di ricerca esterni.

Bloccare le informazioni personali

Fin qui abbiamo bloccato la nostra bacheca impedendo la visualizzazione dei contenuti a chi non desideriamo; ma se non siamo ancora soddisfatti e vogliamo bloccare anche le nostre informazioni personali ci toccherà andare un po’ più a fondo.

Sia dall’app che dal computer, rechiamoci sul nostro profilo Facebook facendo click o tap sul nostro nome e selezioniamo Informazioni. Ora, per ciascuna delle voci che abbiamo impostato, dovremo cliccare su Modifica (da PC) o selezionare la freccetta verso il basso (da smartphone) ed impostare la privacy che desideriamo, dove possibile.

Ad esempio, nelle voci “Lavoro” ed “Università” dovremo modificare ciascuna voce aggiunta e posizionare la tendina su Amici, su Altre Opzioni per selezionare una particolare lista o, ancora, su Personalizzata per agire sui singoli contatti che potranno o non potranno vederla.

Per altre informazioni, come ad esempio la data di nascita, ci basterà semplicemente fare click/tap sull’icona relativa alla privacy per renderla visibile a chi vorremo.

Possiamo ripetere questa operazione per tutte le informazioni personali che abbiamo inserito nel profilo.

L’articolo Come bloccare bacheca e contenuti su Facebook appare per la prima volta su ChimeraRevo – Il miglior volto della tecnologia.

Cinturini Xiaomi Mi Band 2: guida all’acquisto

By Salvo Vosal

La Xiaomi Mi Band 2 è a ragione un grande successo per Xiaomi, una fitness band davvero ben realizzata e dal costo particolarmente contenuto. Forse l’unico punto debole del prodotto Xiaomi è proprio il cinturino che essendo di gomma, ed essendo uno dei componenti più stressati durante la vita di tutti i giorni, può cedere facilmente.

Fortunatamente online si trovano tante economiche alternative ed è possibile acquistare nuovi cinturini per Xiaomi Mi Band 2. Scoprite tutte le valide alternative e dove acquistarle con la nostra guida ai cinturini Xiaomi Mi Band 2.

Uno degli store più forniti è senza dubbio Gearbest: vi abbiamo già parlato di Gearbest, un buon negozio online cinese che ha aperto anche un sito italiano.

Anche su Amazon e Ebay sono disponibili alcuni cinturini, ma il prezzo lievita.

Eccovi quindi la lista dei cinturini per Xiaomi Mi Band 2 divisi per tipologia e fascia di prezzo

Cinturini Xiaomi Mi Band 2 economici

I cinturini più economici sono quelli in gomma, simili sotto molti aspetti a quello incluso. Sono disponibili in vari colori dal nero base, al rosso, con varie fantasie. I prezzi su Gearbest variano ma si mantengono per i cinturini in silicone sotto i 2€.

Su Amazon sono disponibili cinturini in silicone ma i prezzi si avvicinano ai 6 €.

Cinturini Xiaomi Mi Band 2 premium

Sono realizzati in materiali più pregiati, fra questi metallo e pelle. Possono dare un aspetto completamente diverso alla Mi Band 2. I cinturini in metallo per loro struttura non sono flessibili quindi abbassano la probabilità di perdere la band, addirittura alcuni hanno delle viti per aprire il case e per fissare l’unità principale della Mi Band.

Su GearBest se ne trovano diversi, alcuni più eleganti, altri più sportivi, alcuni con case in metallo e cinturino in pelle, altri completamente in metallo. Alcuni modelli sono innegabilmente molto gradevoli sotto l’aspetto estetico. Il costo non è molto alto varia dai circa 5 € agli 8.

Su Amazon i cinturini Xiaomi Mi Band 2 premium si trovano raramento ed il prezzo è praticamente doppio.

La nostra guida sui cinturini Xiaomi Mi Band 2 è conclusa, speriamo la abbiate gradita ma naturalmente fateci sapere se avete trovato altre interessanti alternative da inserire nella lista!

L’articolo Cinturini Xiaomi Mi Band 2: guida all’acquisto appare per la prima volta su ChimeraRevo – Il miglior volto della tecnologia.

Rilasciato LeenO 3.15.0: ecco le novità

By Marco Giannini

Giuseppe Vizziello ha annunciato il rilascio di LeenO 3.15.0, la nuova versione della sua famosa estensione per LibreOffice per la stesura e la gestione dei Computi Metrici Estimativi e della Contabilità Lavori.

Tra le novità di questa nuova versione troviamo l’implementazione del terzo livello di suddivisione in categorie ed un migliore supporto del formato XPWE.
Potete scaricare LeenO 3.15.0 al seguente indirizzo.

Di seguito trovate il changelog completo:

  • Introdotto il numero di versione di LeenO sul Menù Principale.
  • Avviando LeenO dal menù a tendina, dalla toolbar o con CTRL-0, se il file corrente non è un file di computo, non ha nome e non ha dati, viene chiuso.
  • Eliminata la gestione delle tabelle sulla base di alcuni attributi delle celle. La nuova gestione si basa sul nome di tabella.
  • Le operazioni di autoexec passano gradualmente al Python.
  • Nella creazione dei quadri di raffronto, introdotta la chiusura delle righe con errore “#DIV/0” nella colonna VAR. %
  • Implementazione del terzo livello di suddivisione in categorie.
  • Le funzioni XPWE_import e XPWE_export sono state implementate con la possibilità di scelta tra COMPUTO e VARIANTE.
  • Ampliato il formato XPWE come .XLO.XPWE. Questo formato permette di esportare anche le incidenze di manodopera e sicurezza. Il file rimane compatibile con Primus, ed in ambito LeenO permette accodamenti di computi metrici senza perdere le incidenze.
  • Migliorata la gestione del vedi voce in XPWE_out. L’esportazione adesso compila anche i dati relativi a descrizione ridotta e descrizione breve.
  • Gestito con un avviso all’utente l’errore che impedisce di scrivere un file di output.xlo.xpwe nel caso questo sia già in uso.
  • Correzioni su XPWE_in per una migliore la gestione delle incidenze e del vedi voce. Abilitato il riconoscimento dei valori esponenziali.
  • Aggiunto il modulo di esportazioni delle Analisi di Prezzo verso il formato XPWE.
  • Aggiunto il modulo di importazioni delle Analisi di Prezzo dal formato XPWE.
  • Aggiunta funzione per l’azzeramento della quantità totale di una voce di computo con la dicitura ‘*** VOCE AZZERATA ***’ e la colorazione con sfondo grigio, associata alla scorciatoia Ctrl-Shift-E.
  • Aggiunta scorciatoia F3 Tronca_Altezza_Voci.
  • Aggiuta la voce LeenO>Utility…>Titolo all’inizio delle misure che inserisce, all’inizio di ogni voce di COMPUTO o VARIANTE, una nuova riga con una descrizione a scelta.
  • Nuovo comando LeenO>Utility…>Unisci tutti i fogli del documento. Serve per unire tanti fogli in un foglio di nome unione_fogli. Utile per unire in un singolo foglio di Analisi di Prezzo le schede di analisi che molti compilano in fogli separati.
  • Aggiunta la voce di menù LeenO>Utility>Copia solo le celle visibili. A partire dalla selezione di un range di celle in cui alcune righe e/o colonne sono nascoste, mette in clipboard solo il contenuto delle celle visibili. Liberamente ispirato a “Copy only visible cells” http://bit.ly/2j3bfq2
  • Aggiunto “taglia corto”: taglia il contenuto della selezione senza cancellare la formattazione delle celle. E’ associato alla shortcut CTRL-X.
  • Aggiunta voce di menù Lista Lavorazioni e Forniture al dialogo VISTE di Elenco Prezzi.
  • Il Trova voce in Elenco Prezzi è stato ampliato con possibilità di “inseguire” la tariffa di prezzo tra COMPUTO o VARIANTE o CONTABILTA e Elenco Prezzi fino alle Analisi di Prezzo.
  • In Analisi di Prezzo migliorato l’invio multiplo di voci all’Elenco Prezzi del comando Tutte le Analisi ad E.P.
  • Migliorato il controllo della visualizzazione delle toolbars in contesto con i fogli di lavoro.
  • Migliorata l’esportazione delle tabelle su file esterno.
  • Corretto il range di righe per il settaggio dell’area di stampa.
  • Riscritta e velocizzata la funzione per la cancellazione dei doppioni dall’Elenco Prezzi.
  • Implementato un sistema per l’adeguamento di vecchie versioni del template alla versione corrente di LeenO.
  • Il foglio VARIANTE ha le intestazioni di colore giallo per una migliore distinguibilità.
  • Migliorata la gestione del Dettaglio misure in descrizione della voce.
  • Migliorata la gestione dell’abbreviazione della voce di descrizione prezzo.
  • Introdotta la visualizzazione di un dialogo, che si avvia come thread contestualmente ad altre funzioni, tale da impedire qualsiasi intervento dell’utente fino a conclusione di alcune operazioni particolari.
  • Migliorata la gestione dell’inserimento di nuove voci nel caso di visualizzazione voce abbreviata attiva.
  • Aggiunto il backup automatico all’avvio del menu principale, ma solo nel caso in cui il file di lavoro abbia già un nome. Il backup del file di lavoro viene fatto partendo dall’ultimo salvataggio certo.
  • Sostituito il naming LeenO del menu principale con il banner originario in formato jpg.
  • Correzioni nella gestione delle toolbars contestuali ai fogli di lavoro.
  • Correzioni di alcune didascaline del menù Viste della CONTABILITA.
  • Cancellata la voce di menù pop Crea Copia del Computo Metrico (con o) Senza Prezzi.
  • Correzioni sul comando Genera Variante.
  • Traduzione diversi comandi dal Basic al Python.
  • Cancellazione di consistenti parti di codice Basic.
  • Aggiornamenti dei menù di dialogo.
  • Aggiornamento degli stili di testo nel template.
  • Aggiornamenti del Manuale d’uso.
  • Eliminati alcuni conflitti tra le shortcuts.
  • Correzioni di bug minori.