TinyDeal, come acquistare dalla warehouse in Germania

By Jessica Lambiase

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E’ sempre più conveniente acquistare da Internet grazie alla continua evoluzione dell’eCommerce. Tinydeal è una delle più grandi aziende di export B2B e B2C in Cina ed ha saputo conquistarsi grande popolarità durante gli anni.

Non tutti lo sanno ma TinyDeal ha anche una warehouse in Germania che permette agli utenti europei di acquistare più agevolmente!

Come acquistare dalla warehouse Europea di TinyDeal

Recatevi innanzitutto sul sito TinyDeal, dopodiché posizionate il mouse su Magazzino d’oltremare e poi su EU WareHouse. A questo punto potrete effettuare gli acquisti, ricordando di registrarvi al sito se non l’avete già fatto.

LINK | TinyDeal

I prodotti acquistati dalla warehouse in Germania saranno recapitati in 3-7 giorni. Va detto che se l’indirizzo IP registrato corrisponde ad uno europeo, verrà scelta automaticamente la warehouse d’oltremare (tedesca) ma, nel caso la merce scelta sia esaurita, sarà automaticamente inviato dalla Cina.

Inoltre per migliorare il servizio Tinydeal ha aggiornato il processo d’acquisto per la warehouse d’Oltremare; gli oggetti ordinati da warehouse differenti saranno automaticamente suddivisi in pacchetti che, a seconda delle esigenze, verranno inviati con modalità di trasporto differenti e saranno variabili le spese di trasporto.

Ad esempio, se comprate un telefono dalla warehouse in Germania e la pellicola protettiva dalla warehouse Cinese, allora il telefono verrà automaticamente inviato dalla Germania e la pellicola protettiva dalla Cina.

Sono inoltre cambiate le regole per la spedizione gratuita. Per la precisione:

Dalla Cina:

  • meno di 20 dollari: spedizione senza registrazione (senza tracking number);
  • 20 o più dollari: spedizione con registrazione (con tracking number);
  • peso superiore a 2 Kg: spedizione espressa;
  • lunghezza laterale di oltre 60 centimetri o trilaterale di oltre 90 centimetri: spedizione espressa.

Dalle warehouse EU/UK:

  • meno di 35 dollari: spedizione senza registrazione (senza tracking number);
  • 35 o più dollari: spedizione con registrazione (con tracking number);

Spedizione dalla Spagna:

  • meno di 15 dollari: spedizione senza registrazione (senza tracking number);
  • 15 o più dollari: spedizione con registrazione (con tracking number);

Potrete inoltre paragonare i prezzi visti dal PC con quelli dell’app. Come è evidente, spesso i prezzi nell’app sono più convenienti rispetto a quelli da PC. Potrete scaricare l’app da iTunes o da Google Play: sarà più facile acquistare e godere della promozione “App Price”.

NOTA: l’app non supporta i magazzini d’oltremare. Se avvierete l’acquisto dal PC nella warehouse d’oltremare e completerete il pagamento dal telefono, il prodotto sarà inviato dalla warehouse cinese.

Ora dovrete scegliere il metodo di pagamento (carta di credito o PayPal) ed aggiungere il vostro indirizzo dettagliato, con la possibilità di scegliere quello registrato in PayPal.

A questo punto basterà controllare il riepilogo dell’ordine e procedere al pagamento. Ancora una volta: l’app TinyDeal non supporta i magazzini d’oltremare.

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Trucchi Real Racing 3: monete e molto altro

By Salvo Bruno

Real Racing 3 è per molti IL gioco mobile di corse. Il motivo è facilmente comprensibile: tantissime autovetture e tracciati, un’ottima grafica e un buon modello di guida. Non mi soffermo sulla recensione completa perché ce ne siamo già occupati.

Il gioco è free to play, quindi è gratuito sul Play Store di Android con micro-transazioni che in effetti divengono proseguendo piuttosto invadenti e onerose. Insomma l’unico modo per migliorare questo ottimo gioco sono dei trucchi.

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Una bella mod per Android che permette di godersi al massimo questo titolo e quindi tutti i suoi contenuti senza l’assillo degli acquisti in app. Il trucco che vi proponiamo è semplice da eseguire e non richiede il root. Quindi nessun problema con la garanzia.

Procedura

Symons ha creato due versioni moddate del gioco all’ultimo aggiornamento la versione 4.4.1. Questa mega mod danno:

Mod 1

  • Denaro infinito (infinite money)
  • Oro infinito (Infinite gold)
  • Antiban

Mod 2

  • Oro infinito (unlimited Gold)
  • Risorse infinite (unlimited R$)
  • Tutto sbloccato ( macchine, tracciati, eventi, potenziamenti ecc)
  • Antiban

I trucchi sono facili da installare (ovviamente prima provate che real racing 3 risulti compatibile e funzionante dal play store)

  1. Disinstallate il gioco(impostazioni-applicazioni selezionate real racing 3 e disinstallatelo).
  2. Scegliete e scaricate la mod che fa per voi la mod 1 ( da qui e qui) e la mod (da qui e qui)
  3. Installate l’apk che avete scelto e scaricato .

Al primo avvio vi chiederà di scaricare i dati: ditegli si provvederà lui a scaricarli in automatico (spesso si chiude o blocca chiudetelo, chiudete il processo e fatelo ripartire finchè non completa). A download finito buon divertimento, godetevi i trucchi per Real Racing.

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Microsoft blocca l’installazione di altri OS su dispositivi Windows RT

By Matteo Gatti

Microsoft Windows Update

In breve: Microsoft ha chiuso una ‘vulnerabilità’ che poteva essere usata per sbloccare i tablet basati su ARM andando cosi’ a sostituire il sistema operativo Windows con Android o Linux.

Microsoft nel periodo del boom dei tablet si è buttata nella mischia producendo dispositivi basati su processori ARM che necessitavano di un sistema operativo fatto apposta: WindowsRT. Questi dispositivi vengono venduti bloccati: c’è un sistema che permette di avviare solo sistemi operativi firmati Microsoft.

In realtà in fase di sviluppo era stata lasciata aperta una falla che permetteva di aggirare la protezione, e avviare il dispositivo con altri SO. Con l’aggiornamento di luglio (MS16-094) Microsoft ha marchiato questa impostazione come buco di sicurezza da chiudere, rendendo di fatto impossibile cambiare sistema operativo. Questo sta a significare solo una cosa: essendo Windows RT programmato per essere messo in disuso nel 2017, o si continuerà ad utilizzare un software non aggiornato (con tutti i rischi di sicurezza del caso) o si dovrà cambiare dispositivo. Per i possessori del device non sarà più possibile sperimentare un altro sistema operativo.

Per chi avesse intenzione di usare il proprio dispositivo Windows RT con un altro sistema operativo dovrà evitare l’ultimo aggiornamento… ma se avete Windows Update attivo potrebbe già essere troppo tardi!

[Fonte]

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Acquistare PlayStation 4 e Xbox One online: le migliori offerte

By Giuseppe F. Testa

SONY PS4

I PC da gioco hanno avuto in questi ultimi anni una grande diffusione, ma ancora nessuno è riuscito a scalfire la comodità di avere una console in salotto. Con una console è tutto più semplice: si accende, si inserisce il disco del gioco (spesso non più necessario con i Digital Delivery) e si gioca subito senza pensare se le componenti in possesso riusciranno a far girare il titolo. Questo giustifica ancora adesso il grande successo avuto dalle due console di punta attualmente disponibili sul mercato: Sony PlayStation 4 e Microsoft Xbox One. Se siete in cerca delle migliori offerte per acquistare PlayStation 4 o Xbox One online siete nella pagina giusta: abbiamo racchiuso tutte le offerte per le console disponibili presso i migliori siti di e-commerce.

Nella guida catalogheremo le console in base al taglio disponibile (in relazione all’hard disk) e al bundle eventualmente presente.

Acquistare PlayStation 4

PS4 500GB

Sony PlayStation 4

  • Logo amazon

PS4 1TB

Bundle

Acquistare Xbox One

xbox-one

Xbox One 500GB

Xbox One 1TB

Bundle

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Guida ai filesystem Linux: quali sono e come funzionano

By Jessica Lambiase

In una nostra precedente guida vi abbiamo parlato di come è organizzato, gerarchicamente, il filesystem di Linux.

Vi abbiamo spiegato l’intera struttura delle directory, il perché alcune cartelle hanno nomi particolari ed il rispettivo utilizzo che, in alcuni casi, è stato modificato nel tempo.

In questa guida ai filesystem Linux, invece, mostreremo quelli che sono i più conosciuti ed usati filesystem analizzandone aspetti come le origini, i punti di forza, le debolezze ed i miglioramenti progressivi.

Guida ai filesystem Linux

Nelle ultime due sezioni potrete trovare, rispettivamente, una tabella compatta che riassume le caratteristiche di ognuno ed i casi migliori in cui ciascun filesystem trova utilizzo.

NB: da questa guida abbiamo volutamente escluso i filesystem distribuiti ed il filesystem ReiserFS, ad oggi praticamente abbandonato.

Guida ai filesystem Linux

Ext2

Si tratta del filesystem Linux per antonomasia che ad oggi ha la veneranda età di 23 anni e viene ancora utilizzato in alcuni casi.

Creato nel lontano 1993 da Rémy Card, fu sviluppato per porre rimedio ai limiti del filesystem originale (sviluppato dallo stesso Card appositamente per Linux, come evoluzione a sua volta di Minix). Si instaurò ufficialmente come sostituto di ext dopo aver vinto un’accesa battaglia contro il “rivale” xiafs.

A seconda della dimensione del blocco di scrittura, su un filesystem ext2 è possibile scrivere file grandi fino a 2 TB; lo stesso filesystem può avere dimensione massima di 32 TB ed ospitare sino a 31998 directory – in totale sono 32000 se si calcolano anche la directory corrente (dot) e la directory radice (dot dot).

Ext2 non dispone di un meccanismo per la prevenzione degli errori di scrittura – che tra poco scopriremo avere il nome di journaling.

Ext3

Ext3 nasce circa 8 anni dopo ext2 dall’ingegno di Stephen Tweedie e viene introdotto nei sistemi operativi GNU/Linux-based a partire dal kernel 2.4.15. Un filesystem in Ext2 può essere convertito in Ext3 senza perdita di dati (a meno di errori non previsti).

Le caratteristiche restano piuttosto simili a quelle di Ext2: scrittura di file grandi fino a 2 TB ciascuno e filesystem di dimensione fino a 32 TB su cui vengono ospitate fino a 31998 directory.

Ext3 migliora il suo predecessore in termini di allocazione dei blocchi, evitando così il rischio di problemi dovuti a movimenti multipli dei dischi meccanici alla ricerca del blocco perduto”.

La grande novità rispetto al suo predecessore è rappresentata dal nuovo meccanismo di prevenzione degli errori di scrittura dei dati detto journaling: in parole povere, una parte del disco viene riservata alla scrittura continua delle modifiche su ciascun file, così da mantenere la consistenza del filesystem anche in caso di errori di scrittura accidentali (ad esempio un’interruzione di corrente).

Per la precisione, Ext3 prevede tre tipi di journaling:

  • Ordered (modalità predefinita): salva nell’area di journaling soltanto i metadati, che vengono aggiornati dopo la scrittura del contenuto su disco. Rappresenta un buon compromesso tra sicurezza e prestazioni.
  • Journal: salva nell’area di journaling sia i metadati dei file modificati che l’effettivo contenuto; è l’impostazione migliore per la sicurezza.
  • Writeback: salva nell’area di journaling soltanto i metadati, aggiornati (a seconda del sistema) prima o dopo la scrittura effettiva del contenuto su disco. E’ il migliore in termini di prestazioni.

Ext4

Ext4 viene alla luce nell’ormai lontano 2008, sviluppato da Andrew Morton, Alex Tomas e diversi altri esperti del settore, e viene introdotto nei sistemi GNU/Linux-based a partire dal kernel 2.6.19.

Un filesystem in Ext3 può essere convertito in Ext4 senza perdita di dati (a meno di errori non previsti).

Rispetto al suo predecessore, e visto l’enorme ricambio tecnologico a cui si è assistito tra il 2001 ed il 2008, esso elimina per la maggiore i limiti di spazio di Ext3, portando la dimensione massima di un singolo file a 16 TB, la dimensione massima di un filesystem a ben 1 EB (= 1 exabyte, ovvero 1024 petabyte, cioè poco più di 1 milione di terabyte) ed eliminando totalmente il limite al numero di directory presenti sul filesystem.

Anche Ext4 supporta il journaling in tutte le modalità sovracitate, journaling che può tuttavia essere disattivato su richiesta (in tal caso il filesystem sarà riazzerato).

La grossa novità rispetto ad Ext3, questa volta, è in termini prestazionali: vengono infatti introdotte funzionalità come la pre-allocazione dei file (su richiesta, lo spazio viene allocato “prima ancora” della creazione di un file per assicurare la contiguità fisica dei blocchi occupati), l’allocazione multiblocco (ovvero l’allocazione di più gruppi di blocchi contemporaneamente) e l’allocazione sfalsata (delayed allocation, i blocchi vengono allocati soltanto quando vengono scritti su disco, per una riduzione della frammentazione).

Inoltre sono stati introdotti i checksum sui dati nell’area di journaling (per un controllo migliore sull’integrità), la possibilità di “saltare” l’analisi dei blocchi allocati durante il controllo del disco (velocizzando l’intera procedura), il miglioramento dei timestamp che vengono ora calcolati nell’ordine dei nanosecondi e tanto altro.

BTRFS

BTRFS nasce nel 2008, poco dopo ext4 (con un primo rilascio pubblico nell’anno successivo) per sopperire alle mancanze del precedente filesystem in configurazioni server fortemente incentrate sullo storaging, in particolare nella gestione di array (RAID) e per sistemi con scalabilità indispensabile in termini di archiviazione (ad esempio un server cloud).

Ad oggi BTRFS è ancora in fase di sviluppo e viene dichiarato non stabile, sebbene sia un filesystem dalle grosse potenzialità già così com’è.

E’ un filesystem a 64 bit con grandezza limite di 16 EB (su sistemi operativi a 32 bit il limite scende ad 8 EB), in grado di ospitare file grandi fino a 16 EB – salvo limitazioni del sistema.

Esattamente come ci si aspetta, BTRFS è un filesystem copy-on-write: per una sorta di risparmio in termini di operazioni di I/O, i file aperti da più processi contemporaneamente vengono copiati in punti diversi del disco (per assicurare la consistenza) soltanto se effettivamente modificati e non se aperti in lettura.

Proprio grazie al copy-on-write BTRFS può usufruire di alcune funzionalità avanzate irrinunciabili per una buona gestione di array multi-disco configurati in RAID: load balancing (carico delle risorse) integrato, funzionalità di auto-riparazione in molteplici scenari, aggiunta e rimozione di device di caching a filesystem montato, funzionalità di aumento e diminuzione delle dimensioni a filesystem montato, controllo del filesystem (da non montato), oltre che conversione in-place da ext3/ext4 con la possibilità di mantenere la formattazione originale.

BTRFS è pienamente compatibile le operazioni di clonazione dei file e la creazione di snapshot in sola lettura; permette il disaster-recovery dei file tramite un tool integrato (btrfs-restore), in caso di filesystem illegibile.

Per quanto riguarda il journaling, anche il suo funzionamento è stato pensato per rispondere egregiamente a configurazioni server: l’area di journaling può essere sia estesa su più dischi che clonata in caso di array.

E’ inoltre grazie al journaling intelligente che le funzionalità di riparazione automatica sono efficienti: per impostazione predefinita, infatti, i dati “journaled” vengono scritti su disco ogni 30 secondi scongiurando inconsistenze e perdite di dati accidentali.

BTRFS è estremamente stabile (sebbene incompleto) ed adatto a chi pretende consistenza dei dati; fa davvero la differenza in caso di gestione di interi array e/o rack di dischi altrimenti, in termini di prestazioni, si avvicina molto ad ext4.

F2FS

F2FS è il filesystem più giovane della nostra analisi: creato da Samsung e rilasciato per la prima volta nel 2013, è pensato appositamente per la gestione delle memorie NAND presenti sui dispositivi di nuova generazione.

Implementato soltanto parzialmente, F2FS supporta funzionalità minimali ma estremamente utile: la deframmentazione al volo (integrata nei meccanismi di allocazione), modalità di recupero dati sia rollback che rollforward (grazie al journaling) ed operazioni di verifica del filesystem, quando esso è smontato, senza possibilità di correzione.

Nella lista delle cose da fare stilate da Samsung compare innanzitutto la possibilità di correggere la consistenza del filesystem, le operazioni atomiche (ovvero più operazioni che devono essere svolte senza interruzione), i driver per Windows ed il ridimensionamento.

Come ci si aspetta F2FS supporta il comando TRIM ed agisce sul filesystem con due algoritmi differenti: uno greedy – ovvero con una strategia di eliminazione decisa in base alle necessità del momento – per la gestione delle “emergenze”, ed uno invece ottimizzato in termini di prestazioni per gestire le pulizie programmate.

F2FS supporta il journaling tramite checkpoint, ovvero previa analisi dei metadati presenti nell’area dedicata a intervalli di tempo ben definiti: in fase di montaggio, F2FS tenta di ripristinare l’ultimo checkpoint valido, il che potenzialmente lo rende più “esposto” alle inconsistenze generate da errori accidentali.

Raggiunge le prestazioni massime su dispositivi a stato solido, con i quali si comporta egregiamente. Risulta quasi del tutto inutile, invece, su dispositivi meccanici.

JFS

Il piccolo JFS nasce per la prima volta nel 1990 da IBM, tuttavia la versione dedicata a Linux è in realtà JFS2 – nata nel 1999, a cui praticamente tutti si riferiscono come JFS.

Questo filesystem sembra essere pensato proprio ai piccoli server costruiti con macchine legacy e, nonostante la sua veneranda età, svolge egregiamente il suo lavoro: è in grado di offrire buone prestazioni anche su hardware abbastanza limitato, grazie ad alcuni compromessi raggiunti in fase di sviluppo.

All’atto della creazione del filesystem, il disco viene diviso in gruppi di allocazione in cui vengono raggruppati i file collegati “per logica”, mentre i dati non catalogati vengono sparsi per il filesystem per migliorare la frammentazione.

Il punto di forza di JFS è proprio questo: un gruppo di allocazione può avere aperto soltanto un file in scrittura per volta, dopodiché viene bloccato, e questo è l’unico file “autorizzato” a crescere di dimensioni.

Questo tipo di approccio rende JFS utile nel caso di piccoli server domestici creati dalle “ceneri” di macchine cadute in disuso, in particolare per tutti quegli applicativi che hanno bisogno di scritture su disco sincrone per evitare errori.

E’ bene sottolineare che in caso di server con archiviazione, un buon approccio è accostare JFS ad altri filesystem poiché, a causa della bizzarra implementazione del journaling non prioritaria, i metadati potrebbero essere “tradotti” in contenuto a tempi variabili – con la possibilità di vedersi rimandata la scrittura a spazi temporali indefiniti ed a generare inconsistenze irreparabili in caso di fault hardware.

XFS

XFS nasce originariamente nel 1993 da Silicon Graphics, tuttavia viene integrato nel kernel Linux soltanto nel 2001 ed è ad oggi utilizzato come filesystem di default in diverse distribuzioni. XFS è un filesystem a 64 bit ed ha dimensione massima di 8 EB. Tuttavia, per i sistemi operativi a 64 bit, il limite scende drasticamente a 16 TB.

E’ praticamente il filesystem più complesso della nostra analisi.

Anche XFS è un filesystem pensato prevalentemente per l’uso server, ma questa volta la scalabilità – differentemente da quanto succede con BTRFS – è intesa in termini di risorse di elaborazione: grazie alla suddivisione in gruppi di allocazione, ciascuno dei quali gestisce una certa quantità di inode occupati e di spazio libero, i processi a thread multipli sono in grado di effettuare operazioni simultanee, una per ogni gruppo di allocazione.

Ciò lo rende ideale su configurazioni che debbono sostenere applicazioni server onerose o intere “colonie” di macchine virtuali, oltre che su computer pensati per eseguire programmi esosi in termini di letture e scritture su disco.

La gestione delle inconsistenze sul filesystem grazie al journaling ed alle write barriers è qualitativamente alla pari (sebbene strutturalmente differente) rispetto a quella di BTRFS, anche se pecca leggermente in termini di performance quando si parla di RAID o della presenza di file di grandi dimensioni (ecco perché XFS è inadatto all’utilizzo su server di storaging).

Le write barriers sono delle precise direttive di scrittura della cache su disco a lassi di tempo predefiniti considerati ottimali per una buona prevenzione delle inconsistenze, tuttavia ciò può essere fastidioso per alcuni dischi collegati in RAID. La funzionalità di write barriers è attiva di default (ma disattivabile in fase di creazione del filesystem).

Altre peculiarità di XFS incentrate sulle prestazioni sono l’allocazione sfalsata per la riduzione della frammentazione, gli spazi di indirizzi a 64 bit per la localizzazione rapida di file “con buchi”, l’I/O diretto ed il pre-calcolo della banda richiesta per determinati scopi, funzionalità ottima per le applicazioni real-time ma che richiede hardware specifico.

XFS non dispone di funzionalità di snapshot non-bloccanti, è possibile ridimensionare il filesystem soltanto in aumento ma non diminuirne le dimensioni senza perdita di dati, il che lo rende estremamente inadatto per l’utilizzo su dischi virtuali.

Tabelle riassuntive

Per semplificare ancor di più il discorso abbiamo creato delle tabelle riassuntive che racchiudono le principali caratteristiche di ogni filesystem.

Le due tabelle mettono rispettivamente a confronto i filesystem ext2, ext3 ed ext4 ed i filesystem ext4, BTRFS, F2FS, JFS ed XFS.

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Tirando le somme…

Tralasciando ext2 ed ext3, ormai non più utilizzati, è possibile trovare per quasi tutti i filesystem elencati un’applicazione pratica. Quindi:

  • ext4 è un filesystem dalle medie pretese, con funzionalità implementate al 100% e general purpose, ideale per PC casalinghi con utilizzo medio;
  • BTRFS è il filesystem ideale per server di storaging (casalinghi o aziendali) grazie alle funzionalità avanzate di pooling, snapping, spanning e journaling, che assicurano prima di tutto la consistenza dei dati.
  • F2FS è il filesystem che potrebbe trovare, in un futuro abbastanza vicino, campo abbastanza fertile su smartphone, tablet e smartwatch. E’ particolarmente indicato per l’utilizzo su memorie NAND anche su microboard, tenendo però presente che si tratta di un filesystem incompleto e non in grado di garantire consistenza in caso di eventi non previsti (come l’interruzione di corrente);
  • JFS è un filesystem particolarmente adatto a macchine dalle modeste capacità, senza particolari configurazioni a dischi multipli e con un gran bisogno di stabilità. E’ ottimale per piccoli server domestici che ospitano un webserver o un database.
  • XFS è un filesystem indicato per sistemi multipurpose, scalabili in termini hardware e che hanno bisogno sia di rapidità di accesso ai dati che di effettuare operazioni di I/O con programmi a thread multipli. In parole povere, XFS è il filesystem ideale per grossi server operativi (e non di archiviazione) o per configurazioni Linux da gaming. Impeccabile la gestione delle inconsistenze, anche se in alcuni casi può rivelarsi aberrante in termini di prestazioni.

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*GUIDA*: Verificare che Ubuntu abbia riconosciuto la scheda Audio

By Salvo Cirmi (Tux1)

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Questa mia vecchia guida voglio riproporvela soprattutto per l’utilità che i comandi menzionati possono avere, dato che sono anche validi per Debian e tutte le varie derivate che condividono il medesimo codice. Godetevela!

La scheda audio, così come tutti i componenti di un PC, è un pezzo molto importante del vostro personal computer. Solitamente i sistemi operativi sono configurati per riconoscerle automaticamente, ma a volte capita che, per motivi che possono andare da un pezzo nuovo di produzione ad una carenza software, Linux, in questo caso Debian e derivate come Ubuntu, potrebbero non riconoscerla. Questa semplice guida analizzerà una via per capire se il vostro PC trova la scheda audio o meno. Ecco come.

La scheda audio c’è o no?

La domanda che si sta ponendo il vostro PC se siete finiti su questa guida. Aprite un terminale (spesso su Ubuntu basta dare CTRL+ALT+T) e scrivete:

cat /proc/asound/cards

se il risultato sarà diverso da questo:

no sound cards

allora la vostra scheda audio è riconosciuta correttamente. Nel mio caso l’output è il seguente:

che nel vostro caso, a meno che non abbiate la mia stessa scheda audio, sarà giustamente diversa.

Per dubbi e domande, scrivete sul Forum o nei commenti.

*GUIDA*: Permessi ROOT su Lenovo Vibe Z2 Pro K920!

By Salvo Cirmi (Tux1)

debug usb k920

La scorsa volta vi ho mostrato una bella guida, che credo e spero sia stata anche molto esaustiva, sullo sblocco del bootloader e sull’installazione della ROM ROW (quindi trasformazione da CN a ROM) del Lenovo K920 Vibe Z2 Pro.

Adesso invece è arrivato il momento di fare un passo in avanti, ovvero ottenere i permessi ROOT su Lenovo Vibe Z2 Pro K920. Vediamo come fare con questa semplicissima guida!

NOTA: Questa guida è stata testata da me qualche settimana fa ed ho ottenuto il ROOT senza problemi.

1: Scarichiamo i componenti per il ROOT

  • Scaricate il tool per root e unroot per K920 da qui;
  • Attivate il Debug USB sul telefono da Impostazioni–>Opzioni Sviluppatore–>Debug USB (o, in particolare su questo device, in alternativa abbassate la finestra delle notifiche e sulla voce della modalità di connessione computer USB selezionate Debug USB):
  • caricate la batteria almeno al 30% prima di procedere.

2: Facciamo il ROOT su Lenovo Vibe Z2 Pro!

  • Una volta scaricato il tool per il ROOT, troverete all’interno la cartella root_K920Pro_Lollipop. Estraetela sul desktop e, con un doppio click, dopo aver connesso il telefono al PC, avviate il file di nome 0_install_root_K920Pro.bat. Si aprirà la seguente finestra:
vibe z2 pro root
Il messaggio di errore mi viene restituito perché non ho collegato il telefono al PC.
  • ora il tool si metterà al lavoro ed in meno di cinque minuti dovrebbe completare il ROOT sul vostro telefono. Alla fine della procedura, scollegatelo dal PC e riavviate il telefono: vi troverete quindi i permessi ROOT su Lenovo Vibe Z2 Pro K920!

Al solito non dimenticate mai di chiedere se avete dubbi o problemi!

Rilasciata la Beta di Linux Mint 18 “Sarah” Xfce

By Marco Giannini

Il team di Linux Mint ha annunciato il rilascio della versione Beta dell’edizione Xfce di Linux Mint 18 “Sarah”.
Rispetto alla precedente release le novità più corpose riguardano l’arrivo delle X-Apps, le applicazioni cross desktop environment che già abbiamo avuto modo di provare sulle edizioni principali di Linux Mint 18 con Cinnamon e MATE.

Pokémon GO 0.29.2 APK Download!

By Salvo Cirmi (Tux1)

PokemonGo apk download

Vi posto oggi un nuovo aggiornamento per la rinomata applicazione Pokémon Go, che è ormai spopolata più di un virus in Italia e nel mondo (in America sembrano essere più fissati di noi). Chi cammina per le strade alla ricerca di Zubat, chi per i parchi per far schiudere qualche uovo: insomma, l’insensatezza allo stadio supremo.

Descrizione!

Venusaur, Charizard, Blastoise, Pikachu e molti altri Pokémon sono stati scoperti sul pianeta Terra!
Ora hai la possibilità di scoprire e catturare i Pokémon che ti circondano; non perdere tempo, mettiti le scarpe, esci ed esplora il mondo. Entrerai a far parte di una delle tre squadre e ti batterai per il prestigio e la conquista delle palestre insieme al tuo Pokémon.

I Pokémon sono là fuori: devi trovarli. Mentre ti aggiri per il vicinato, il tuo smartphone vibra quando c’è un Pokémon nelle vicinanze. Prendi la mira e lancia una Poké Ball… Stai attento o potrebbe scapparti!

Cerca Pokémon e oggetti in lungo e in largo
Alcuni Pokémon compaiono vicino al loro ambiente nativo; cerca i Pokémon acquatici nei pressi di laghi e oceani. Visita i PokéStop, situati nei pressi di luoghi di interesse come musei, installazioni d’arte, siti storici e monumenti, per fare scorta di Poké Ball e oggetti utili.

Cattura, schiusa, evoluzione e molto altro
A mano a mano che sali di livello, sarai in grado di catturare Pokémon più potenti per completare il tuo Pokédex. Puoi incrementare la tua collezione facendo schiudere le uova di Pokémon in base alle distanze che copri camminando. Aiuta il tuo Pokémon ad evolversi catturando tanti Pokémon dello stesso tipo.

Partecipa a lotte in palestra e difendi la tua palestra
A mano a mano che il tuo Charmander si evolve in un Charmeleon e successivamente in un Charizard, puoi lottare al suo fianco per sconfiggere una palestra e incaricare il tuo Pokémon di difenderla da tutti coloro che cercano di conquistarla.

È ora di muoversi; ti attendono avventure nella vita reale!

Download!

Potete scaricare Pokémon GO 0.29.2 APK da qui (ZIPPYSHARE) o da qui (SENDSPACE)

Recensione NVIDIA Shield TV: L’Android TV senza compromessi

By Matteo Joliveau

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Internet ormai è la prima fonte d’intrattenimento per moltissime persone: contenuti digitali, streaming, cloud, i nostri momenti di svago fanno ormai tutti capo a contenuti e servizi remoti, dietro canoni di abbonamento tutto sommato economici.

Io stesso ormai faccio più affidamento alla rete che al dispositivo fisico per moltissime cose, dalla musica a film e serie TV, dai giochi allo storage. Per questo la NVIDIA Shield TV, già sul mercato da maggio 2015 ma finalmente disponibile anche in Italia a partire da lunedì 20 giugno, rappresenta uno dei migliori acquisti che possiate fare per rendere smart e connessa non solo la vostra casa, ma anche la vostra vita quotidiana.


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Se dovessi descrivere la Shield TV in due parole, probabilmente opterei per “moderna” e “aggressiva”.

Non solo per quanto riguarda il design, davvero ben curato e accattivante con le sue linee spezzate e il contrasto di nero e verde dei LED, ma anche per quello che questo prodotto vuole rappresentare. Un modo più moderno e intelligente di usare il proprio salotto, adattandosi a quelli che sono i nuovi canoni di intrattenimento basati sul Web. Un prodotto che vuole imporsi nel mercato come la miglior soluzione per Smart TV sia per features offerte che per qualità dell’hardware. A fronte del prezzo piuttosto corposo la Shield TV offre infatti un hardware di assoluto rispetto unito ad una soluzione di porte degna di un computer portatile.

Confezione

Già dalla confezione si nota quanta cura abbia riposto NVIDIA nell’aspetto della sua Android TV. Dopotutto, se deve conquistare i salotti di tutto il mondo è bene che sia anche bella da vedere.

Dentro il candido package troviamo un bundle abbastanza spartano ma funzionale. Subito sotto la Shield TV trovano posto l’alimentatore (fornito di presa swappabile europea e americana), un controller, un cavo HDMI e un cavetto USB-microUSB per ricaricare il gamepad.

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Una fornitura tutto sommato completa (carino il tocco di classe sull’alimentatore, evita di dover comprare un adattatore se doveste usarla fuori dall’europa) ma che dopo qualche giorno di utilizzo fa sentire una mancanza importante: il telecomando.

Certo, vi viene fornito in dotazione un gamepad di NVIDIA, ma piuttosto scomodo per le funzionalità prettamente “da televisione” rispetto al telecomando che però viene venduto separatamente al prezzo di 50€. Quel telecomando, se incluso con la Shield TV, avrebbe reso l’esperienza più user friendly per chi non è esattamente interessato ad usarla come game center. Ma alla fine, NVIDIA è una compagnia di prodotti gaming, e la Shield TV si pone, oltre che come media center, anche come console da gioco.
Da notare come sia il controller che il telecomando permettano sia la ricerca vocale che l’uso di cuffie tramite jack da 3.5mm.

Design ed Hardware

La Shield in se, nonostante l’aspetto leggermente plasticoso dovuto all’utilizzo di policarbonato lucido, è davvero stupenda esteticamente. Linee nette ed eleganti, un nero seducente illuminato dal verde NVIDIA dei LED frontali, e una vasta selezione di porte sul retro. Oltre alla porta di ricarica proprietaria, la Shield monta una HDMI 2.0 con HDCP 2.0 compatibile con la riproduzione in 4K UHD a 60Hz e HDR, una porta Ethernet Gigabit, due USB 3.0, una microUSB 2.0 e uno slot per schede microSD fino a 2TB.

Internamente invece è ancora più interessante. Il SoC è il nuovo NVIDIA Tegra X1, il primo hardware mobile a sviluppare ben 1 TeraFLOPS di potenza di calcolo grafica. Il chip si basa su un processore ARM octacore ad architettura big.LITTLE (quattro core Cortex-A57 a 2GHz e quattro più piccoli A53 da 1.5GHz) a 64bit, accoppiato ad una GPU Maxwell da 256 core, 3GB di RAM, la scelta tra 16 e 500GB di Flash storage interna (le due versioni si differenziano anche in prezzo e nome, 200€ per la Shield classica da 16GB e 300 per la Shield Pro da 500GB) e infine infrarossi per telecomandi remoti, Bluetooth 4.1 e WiFi 802.11b/g/n/ac dual-band per una perfetta connessione anche senza cavo.

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Funzionalità e Servizi

Al primo avvio la Shield TV non sembra diversa dall’ormai fu Nexus Player. Android TV, basato su Android 6.0 Marshmellow, è fortemente ottimizzato per l’uso su televisore ma sembra essere ancora grezzo, o quantomeno inconcluso. A parte alcuni crash dei Play Services (notoriamente Play Games quando cerco di loggare con un account), l’ecosistema è ancora troppo limitato per essere sfruttato appieno. Certo, ci sono le principali app di streaming quali Netflix (preinstallata), YouTube, Twitch, Spotify (questo soltanto tramite un dispositivo mobile, non sembra essere possibile riprodurre musica direttamente dall’applicazione TV) e addirittura Rai.TV, la TV on-demand ufficiale della Rai, oltre a servizi di streaming meno noti nel nostro paese quali Hulu e CrunchyRoll.

Tuttavia alcune app mancano ancora di alcune caratteristiche di usabilità cruciali per una Smart TV. Oltre al già specificato difetto di Spotify, Netflix non supporta la ricerca vocale, obbligando l’utilizzo di una tastiera aggiuntiva o dell’infame tastiera a schermo (uscita dritta dritta dal Game Boy, selezionare le lettere una a una con le frecce direzionali è assolutamente odioso), mentre YouTube non permette l’uso di più di un account alla volta. Anche la ricerca vocale stessa ha ancora qualche difetto, non permettendo una ricerca a 360 gradi come Google Now su smartphone ma limitandosi alla singola applicazione, oppure a film e materia disponibile sul Play Store se eseguita nella home.

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Molto ben fatto è invece l’insieme delle funzionalità esclusive di NVIDIA, in primis i giochi per Android che già avevamo visto portati in esclusiva sulle piattaforme Tegra. Titoli quali Half Life 2, Porta, BioShock e ora anche Resident Evil 5 e Borderlands: The Pre-Sequel sono stati portati nativamente su Android e girano tutto sommato non male. Il framerate e i dettagli grafici non sono altissimi ma l’esperienza è godibilissima.

Anche come media center la Shield TV eccelle come qualità, permettendo lo streaming in 4K UHD a 60fps sia tramite applicazioni compatibili (Netflix e YouTube ad esempio), ma anche localmente tramite streaming locale o collegando un disco rigido alla piattaforma.
La Shield TV funge infatti sia da Plex server e Kodi center (per streammare i propri contenuti locali ad altri device e riprodurli direttamente sul televisore) sia da end-point Miracast, permettendo la trasmissione da smartphone o tablet di contenuti verso la Shield. Potremo quindi riprodurre video foto e musica direttamente sul televisore, senza dover spostare file o collegare altri apparecchi.

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GeForce Now

Ben diversa è invece la storia di GeForce Now e NVIDIA GameStream. Mentre già avevamo visto nell’ecosistema della casa di Santa Clara la possibilità di trasmettere il gioco dal proprio PC (con GPU Nvidia) ad un altro dispositivo NVIDIA (quali tablet o handheld devices), portandosi così dietro l’esperienza PC un po’ dove si vuole, GeForce Now fa il passo successivo, un passo che ci porta dritti dritti nel fantastico mondo del Cloud Gaming.

GeForce Now è infatti un servizio ad abbonamento (9.99€ euro mensili) che permette l’accesso ad una per ora non troppo vasta libreria di giochi, installati ed eseguibili da remoto e streammati alla Shield TV tramite la nostra connessione internet. In questo modo si libera il giocatore dal pensiero di hardware, drivers, licenze e tempi d’installazione. Tutti i giochi vengono eseguiti su macchine remote situate a Francoforte e Dublino (in base alla vostra collocazione geografica) e i dati vengono trasmessi avanti e indietro, permettendo un’esperienza di gioco decisamente godibile. Testato con una fibra ottica FTTH da 100mbps, via cavo non si riscontrano latenze o artefatti apprezzabili, sembra che il gioco venga eseguito localmente anzichè a chilometri di distanza, e con solo una minima latenza che solo un occhio allenato riesce a distinguere. La qualità è buona tendente all’ottima, GeForce Now supporta lo streaming a 1080p 60fps e riesce quasi sempre a tenere questi valori. La qualità grafica selezionata automaticamente (verificabile facendo un giro nelle impostazioni del gioco, dato che si tratta sostanzialmente delle versioni PC adattate per girare sui server di NVIDIA) oscilla tra media e alta in base al gioco, ma potremo sempre decidere di sacrificare qualche fps in favore di un po’ più di estetica.

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In WiFi invece delude un po’, la stabilità necessaria per il corretto funzionamento di questo tipo di tecnologia viene a mancare e ho subito più volte artefatti da compressione e momentanee perdite di controllo sul gioco. Inutile dire che un Batman fisso a camminare contro un muro non è la più divertente delle esperienze. Se progettate di usare estensivamente GeForce Now, munitevi del caro vecchio cavo e non avrete problemi. Per quanto riguarda invece la velocità di connessione, per giocare è necessaria una discreta linea. È consigliata almeno una 30mbps in VDSL, in modo da assicurare sia una banda sufficiente sia la stabilità necessaria. Una ADSL avrebbe troppa fluttuazione per garantire un’esperienza omogenea.

Il parco titoli a disposizione è notevole ma ancora un po’ acerbo a mio parere. Parliamo comunque di titoli del calibro di Tomb Raider 2013, Borderlands, i tre Batman Arkham, Saints Row IV e Ultra Street Fighter IV, ma la selezione è ancora un pochino scarna (trovate qui la lista completa dei giochi disponibili). Selezione che andrà comunque ad espandersi in futuro, garantendo non solo un catalogo sempre nuovo di giochi, ma anche una qualità sempre maggiore man mano che passa il tempo. Uno dei vantaggi del cloud gaming è infatti il non dover aggiornare personalmente l’hardware su cui viene eseguito il gioco, compito che viene delegato ad Nvidia e che permetterà ai giocatori di usufruire di macchine sempre più performanti senza neanche rendersene conto. GeForce Now supporta anche il multigiocatore locale, mentre ancora non è disponibile il multiplayer online. Non è dato sapere quando verrà introdotto, anche se NVIDIA ha dichiarato che in futuro potrebbe venire implementato.

Oltre ai giochi inclusi, è possibile inoltre acquistarne altri separatamente da aggiungere al catalogo, a prezzo di retail. Tuttavia, ci verrà anche consegnata una chiave di attivazione per Steam e altre piattaforme di distribuzione digitale, così che se non dovessimo decidere di rinnovare l’abbonamento a Now non avremmo sprecato soldi inutilmente. Il gioco resterebbe comunque a disposizione e usufruibile senza problemi sul nostro PC.

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Conclusioni

Come piattaforma di intrattenimento domestico, la Shield TV mette a segno un centro pieno.
Come sistema videoludico da salotto, integrata con GeForce Now non fa fatica a competere con le più tradizionali console da gioco, aggiungendo però i vantaggi del cloud gaming.
Come sistema nel complesso, essendo sul mercato da ormai più di un anno speravo sinceramente di trovarmi davanti una maturità maggiore, mentre ancora Android TV manca di rifiniture importanti per l’utilizzo.

Tutto sommato, è un prodotto che offre ottime performance in tutto quello che vuole fare, accompagnata da un prezzo alto ma giustificato dal vasto numero di features offerte e dalla qualità generale del prodotto.

Se cercate il miglior modo per modernizzare il vostro salotto, la Shield TV è ciò che fa per voi.

L’articolo Recensione NVIDIA Shield TV: L’Android TV senza compromessi appare per la prima volta su Chimera Revo – News, guide e recensioni sul Mondo della tecnologia.